Ancona – Processo d’appello per l’omicidio di Pietro Sarchiè

Mercoledì 29 marzo 2° grado di giudizio per Giuseppe e Salvatore Farina condannati all’ergastolo in primo grado

Ancona – Mercoledì 29 marzo presso il Tribunale di Ancona inizia il processo di secondo grado per Giuseppe e Salvatore Farina, rispettivamente padre e figlio, condannati all’ergastolo in primo grado per l’uccisione di Pietro Sarchiè, il venditore ambulante di pesce di San Benedetto del Tronto freddato con otto colpi di rivoltella il 18 giugno 2014.

I Farina padre e figlio. Dal ... sono detenuti nel carcere di Montacuto dopa la condanna di primo grado all'ergastolo per l'uccisione di Pietro Sarchiè
I Farina padre e figlio. Dal 13 gennaio 2016 sono detenuti nel carcere di Montacuto dove scontano la condanna di primo grado all’ergastolo per l’uccisione di Pietro Sarchiè

Una vicenda incredibile che a suo tempo riempì le cronache e le prime pagine dei giornali per mesi e mesi, tanto era stata la crudeltà e la ferocia degli assassini, capaci di mettere in piedi un disegno criminoso senza precedenti.

Con l’aiuto di Ave Palestini, la vedova Sarchiè, proviamo a ricostruire la vicenda.

Pietro Sarchiè, nato a Porto San Giorgio e residente a San Benedetto del Tronto, sposato con Ave e padre di due figli, Yuri e Jennifer, 61 anni all’epoca dei fatti, era un venditore ambulante di pesce. Ogni mattina si alzava prestissimo, intorno alle due, comperava il pesce all’ingrosso, lo caricava sul suo camion frigo e lo andava a vendere nel maceratese: Pioraco, Sefro, Fiuminata… ogni giorno un Comune diverso. Aveva anche un negozio a Visso. Quella vita la faceva da 40 anni – era prossimo alla pensione – e prima di lui l’avevano fatta suo padre, sua madre, i suoi nonni e gli zii.

Pietro Sarchiè e il suo furgone frigo
Pietro Sarchiè e il suo furgone frigo. Per quarant’anni l’ambulante Sarchiè ha venduto il pesce nei Comuni dell’entroterra maceratese dove era conosciuto e stimato da tutti

Pietro Sarchiè era conosciuto e stimato da tutti. Una gran brava persona, un buon padre e un marito modello, di quelli che se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

18 giugno 2014   

Quella mattina, come sempre, Pietro esce di casa intorno alle due di notte. Sua moglie Ave, non lo rivedrà più vivo. «Aveva l’abitudine – ricorda Ave – di chiamarmi al telefono tra le otto e le nove. Sempre. Quel mattino non lo ha fatto. Ho provato a chiamarlo a mia volta ma non rispondeva. Allora mi sono allarmata, lui era sempre molto preciso con gli orari. Ho telefonato al sindaco di Pioraco per avere notizie, lei era una sua cliente. Si è subito attivata chiamando ospedali, carabinieri, vigili, forestale… Ma nessuno lo aveva visto, sparito nel nulla!»

da sinistra: Ave Palestini, Jennifer e Yuri, rispettivamente moglie, figlia e figlio di Pietro Sarchiè
da sinistra: Ave Palestini, Jennifer e Yuri, rispettivamente moglie, figlia e figlio di Pietro Sarchiè

Ore 10.30 – Fatta la denuncia di scomparsa ai carabinieri di San Benedetto, Ave e il figlio Yuri partono per cercare Pietro e fanno il giro dei Comuni dove lui lavorava. Niente. Lo cercheranno per 17 giorni, nei boschi, all’interno dei casolari abbandonati, in fondo ai burroni. Ma di Pietro non c’è traccia.

5 luglio 2014

Il cadavere di Sarchiè viene ritrovato. «Quel mattino ci è crollato il mondo addosso – racconta Ave – non potevamo crederci e non ci crediamo tutt’ora. Hanno trovato il corpo di mio marito bruciato, con cinque proiettili in corpo e uno in testa, quello mortale, sepolto sotto un cumulo di terra e immondizia a Valle dei Grilli in zona San Severino. L’hanno riconosciuto perché in mezzo alla terra hanno ritrovato la fede matrimoniale con inciso il mio nome».

6 luglio 2014

Iniziano le perquisizioni dei Carabinieri nei capannoni della zona. In uno, quello di Santo Seminara, vengono rinvenuti alcuni mucchi di pezzi di camion bruciati. Al culmine di uno di questi spunta la foto di una donna che ha resistito alle fiamme: «Era la foto della mamma di mio marito – ci dice Ave – l’unica cosa che non s’era bruciata. Stava lì come a dire agli inquirenti: “è da qui che dovete iniziare le indagini”».

Santo Seminara
Santo Seminara scortato dai carabinieri. Nel suo capannone sono stati trovati alcuni pezzi bruciati del furgone frigo di Pietro Sarchiè. 

E proprio da quella pista sono partiti gli inquirenti. Il capannone di Seminara veniva sequestrato. I cellulari di vari indiziati venivano messi sotto controllo. Con tenacia le indagini sono proseguite fino a restringere il cerchio intorno a 4 indagati: Giuseppe e Salvatore Farina, rispettivamente padre e figlio; Domenico Torrisi e Santo Seminara, tutti originari di Catania. È sempre Ave a rivivere quei terribili momenti: «Lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di mio marito i Farina padre e figlio sono scappati a Catania».

Gli inquirenti hanno impiegato sette mesi d’indagini serrate per venire a capo della storia.

24 febbraio 2015   Giuseppe e Salvatore Farina vengono arrestati a Catania e condotti nel carcere di Camerino. I due complici, Torrisi e Seminara, relegati ai domiciliari. La Procura li interroga ma loro danno almeno 5 versioni diverse sui fatti, cercando di rimescolare le carte a proprio favore. Arrivano persino a minacciare i testimoni. «C’è voluto più di un anno per arrivare alla verità – conferma Ave – gli inquirenti hanno fatto un lavoro incredibile. Alla fine, quei delinquenti si sono trovati con le spalle al muro: c’erano le intercettazioni, le immagini delle telecamere, i vari testimoni. Di fronte all’evidenza, Giuseppe Farina ha confessato per scagionare il figlio, ma le cellule telefoniche li posizionavano tutti e due sul luogo dell’agguato, vicino alla chiesa di Sant’Arcangelo in località Perito».

14 ottobre 2015

I Farina vengono ascoltati per la prima volta in udienza.

13 gennaio 2016

Arriva la sentenza di 1° grado: ergastolo con isolamento diurno per i Farina per concorso in omicidio, poi ridotto al semplice ergastolo per via del rito abbreviato. Torrisi se la caverà con qualche mese ai domiciliari, mentre per il Seminara, dopo ben 4 rinvii, si arriverà finalmente a processo, a Macerata, martedi 28 marzo.

Il movente    

Ma perché i Farina, con la complicità di Torrisi e Seminara avevano deciso di eliminare Pietro Sarchiè? Ce lo racconta la vedova Ave. «Hanno fatto una cosa orrenda e distrutto una famiglia per motivi futili – afferma la donna – per invidia e per concorrenza sul lavoro. Salvatore Farina s’era messo a vendere il pesce: stesse zone di mio marito ma in giorni diversi. Non poteva certo competere con l’esperienza e la professionalità di Pietro che stava sulla piazza da quarant’anni ed era conosciuto e stimato da tutti. Così, per rendersi la vita più facile, padre e figlio hanno deciso di eliminare la concorrenza letteralmente. E l’hanno ammazzato in quel modo brutale.

In pratica, padre e figlio architettano un piano diabolico. Aspettano Pietro in località Sellano, inscenano un tamponamento al suo furgone Ford per obbligarlo a fermarsi, prima ancora che abbia il tempo di scendere dal mezzo gli sparano alcuni colpi di pistola. Ma l’arma non è potente, è di quelle usate al poligono, così sono obbligati a sparargli in testa per finirlo.

Domenico Torrisi viene fatto salire in auto dai carabinieri per essere intyerrogato
Domenico Torrisi viene fatto salire in auto dai carabinieri per essere interrogato

Subito dopo si mettono alla guida del mezzo di Pietro. Arrivano a San Severino, in Valle dei Grilli una località isolata e lì, in un casolare abbandonato, bruciano parzialmente il cadavere di Pietro e lo nascondono con terra e calcinacci. Poi si dirigono a Castelraimondo e nascondono il furgone di Sarchiè all’interno di un capannone di proprietà di Santo Seminara.

Con la complicità di Domenico Torrisi il Ford verrà smontato in almeno 150 pezzi, in piccola parte bruciati all’esterno del capannone. Alcuni vengono venduti a un autodemolitore di San Severino, altri a una ditta di smaltimento rifiuti di Treia, altri ancora sparsi nelle campagne di Valle dei Grilli, a Sant’Anna di Matelica, in una cava di Castelraimondo e nel garage dello stesso Torrisi.

29 marzo 2017  

E arriviamo ai giorni nostri. Mercoledì prossimo, 29 marzo, presso il Tribunale di Ancona va in scena il processo d’appello di secondo grado. Gli avvocati difensori dei Farina, facendo ovviamente il loro mestiere, chiedono la pena minima per Farina padre perché, dicono, ha confessato e ha collaborato alle indagini. Proveranno anche a far cadere la premeditazione, nonostante le prove schiaccianti indichino l’esatto contrario. Per Farina figlio, invece, chiedono addirittura l’assoluzione: Salvatore non ha mai confessato e dunque, per gli avvocati, risulta estraneo ai fatti.

«Due tesi indifendibili – si accalora Ave – le prove sono schiaccianti, esistono tanti testimoni. Padre e figlio hanno collaborato per studiare il piano, insieme hanno scelto i luoghi, entrambi hanno sparato a mio marito; per ammazzarlo hanno dovuto ricaricare l’arma; insieme, e con l’aiuto dei due complici Seminara e Torrisi  hanno fatto sparire le tracce. Sono indifendibili. Io, mio figlio Yuri e mia figlia Jennifer chiediamo giustizia e la riconferma dell’ergastolo per tutti e due!»


Un commento alla notizia “Ancona – Processo d’appello per l’omicidio di Pietro Sarchiè”:

  1. Silvana says:

    È una storia agghiacciante!!! Spero che almeno in questo caso assurdo la giustizia sia degna di questo nome e che i giudici della corte d’appello confermino l’ergastolo per entrambi!

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Come cambia l’informazione al tempo dei social

La capacità delle Amministrazioni comunali di trasmettere il proprio operato


Camerano, 16 maggio 2022 – È fuori da ogni dubbio o discussione: l’avvento dei social ha letteralmente stravolto il mondo della comunicazione, il modo di fare informazione e dare le notizie. A volte migliorando le cose, a volte peggiorandole in modo inaccettabile e, spesso, dannoso.

L’avvento del web, e di piattaforme come Facebook, Tik Tok, Twitter, WhatsApp, Telegram, ha aperto spazi infiniti e fatto crollare muri dell’incomunicabilità prima inaccessibili. Ma, se da un verso ha messo in comunicazione fra loro gli individui di tre quarti del mondo, da un altro ha concesso diritto di parola e di replica anche agli imbecilli che, considerati certi interventi visti su Facebook, prolificano a tutte le latitudini dell’emisfero. Umberto Eco docet, quando affermò: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Era il giugno del 2015.

La sua affermazione, oggi, è stata ampiamente dimostrata. Nel campo della comunicazione, che andrebbe trattata con molta delicatezza, ci si sente tutti giornalisti. Tanti, troppi i novelli Indro Montanelli o Enzo Biagi che sia, pronti a dare per primi lo scoop giornaliero di quanto accaduto sotto casa, o al vicino di pianerottolo, o in piazza, o dall’altro capo del mondo, con il risultato di spargere spazzatura a destra e a manca. Tanti, troppi quelli che riprendono dai social una news e, convinti d’essere gli unici, la fanno rimbalzare qua e là aggiungendo – o togliendo – qualche contenuto. Tanti, troppi quelli che gli danno seguito, non verificano le fonti e contribuiscono ad allagare l’oceano delle fake news.

Poi, ci sono gli Enti pubblici, i Comuni che, come diretta conseguenza dell’avvento dei social, sono stati costretti a dotarsi di Uffici stampa per soddisfare con comunicati giornalieri le bocche fameliche delle miriadi di testate giornalistiche (tra cui la nostra), nate grazie alla facilità di comunicare attraverso i social. Oggi, un Ufficio stampa non si nega a nessuno, ce l’hanno quasi tutti, anche quelle piccole realtà che un tempo non se lo sognavano neppure lontanamente. Anche se, spesso, a gestire un Ufficio stampa non sono giornalisti iscritti all’Ordine ma figure che l’Ordine dei giornalisti non sa neppure dove sia.

E veniamo alle dolenti note. Mica tutti i Comuni si sono attrezzati seguendo le regole e la legge; addirittura, alcuni Comuni non si sono attrezzati affatto. In alcuni Comuni il Sindaco, vuoi per risparmiare, vuoi perché si considera la reincarnazione di San Francesco di Sales, vuoi perché di comunicare quel che fa non gli interessa affatto (un modo comodo comodo per farsi gli affari propri), l’Ufficio stampa se lo fa da sé. Quando comunica.

Corriere del Conero da sei anni ormai informa i propri lettori attraverso sei pagine dedicate ad altrettanti Comuni: Camerano, Castelfidardo, Loreto, Osimo, Numana, Sirolo; più una settima pagina, chiamata Dal Mondo, dove finiscono tutte le altre notizie che arrivano da Ancona e dalle altre quattro province marchigiane. La nostra è un’informazione a carattere regionale anche se, grazie al web, siamo letti in tutto il mondo.

In questi sei anni abbiamo collaborato – a volte scontrandoci – con questi Comuni e i rispettivi Sindaci. Non tutti sono attrezzati come dovrebbero nel comunicare ai giornali il proprio operato. Ma va detto che comunque la figura del Sindaco è quella che la fa da padrone, nel bene e nel male. C’è Sindaco e Sindaco, c’è chi esagera e chi se ne frega, c’è chi favorisce una testata a scapito di un’altra, c’è chi informa il meno possibile e chi ti sommerge di comunicati ma nel modo sbagliato. Ecco, di seguito, una nostra personale classifica stilata in base alla nostra esperienza e riferita ai Comuni che informiamo.

posizione

Comune

motivazione
1OSIMOHa un sito web ufficiale e una pagina social. Non ha un Ufficio stampa. Alcuni comunicati arrivano dalla segreteria del Sindaco; altri dal gruppo consiliare del PD; moltissimi dal sindaco Pugnaloni in persona che elogiamo per la sua puntualità, l’ampiezza dell’informazione e la completezza dei comunicati quasi sempre corredati da foto. Merita ampiamente il primo posto anche grazie al fatto che Pugnaloni ha creato una chat riservata ai soli giornalisti.
2CASTELFIDARDOHa un sito web ufficiale e una pagina social. Ha una persona che cura l’Ufficio stampa e puntualmente contatta i giornali attraverso Telegram. I suoi comunicati sono ampi, corredati da foto e informano su tutto lo scibile del Comune e anche qualcosa in più.
3ANCONAHa un sito web ufficiale e più di una pagina social. Ha un Ufficio stampa che impiega diversi giornalisti professionisti, strano trovare un Capoluogo di regione al terzo posto. La sua comunicazione verso le testate giornalistiche è la più ampia in assoluto. Peccato che, nonostante in redazione arrivino quotidianamente montagne di comunicati, questi spesso sono privi di fotografie e, dunque, impubblicabili per una testata online come la nostra. Con la forza lavoro che ha, potrebbe fare molto di più. Problema segnalato più volte.
4SIROLOHa un sito web ufficiale che potrebbe essere migliorato e una pagina social. Non ha un Ufficio stampa. Insieme a Numana è il Comune con meno residenti (Sirolo, 4mila e rotti; Numana 3.700 e rotti). La comunicazione ai giornali la fa quasi esclusivamente il sindaco Filippo Moschella, spesso rubando tempo al suo tempo libero. Nonostante ciò, da quando in Comune c’è lui la comunicazione da e su Sirolo è migliorata parecchio.
5NUMANAHa un sito web ufficiale e uno per il turismo e una pagina social. Ha un Ufficio stampa curato da una persona. Anni addietro la comunicazione con le testate giornalistiche locali era continuativa, tanto che Numana ricopriva posizioni di vertice nella ns. classifica. Da un paio d’anni a questa parte la comunicazione, molto ricca, si è concentrata sulla stagione turistica estiva, lasciando piuttosto scoperto il resto dell’anno. Peccato!
6LORETOHa un sito web ufficiale e una pagina social. Non ha un Ufficio stampa. Almeno, a noi non risulta: non riceviamo comunicati da questo Comune da almeno un anno. Abbiamo contattato per questo il sindaco Moreno Pieroni che si è detto sorpreso e che avrebbe provveduto. Ad oggi, non ha provveduto affatto. La sua comunicazione, tutta personale, per quel che ne sappiamo l’affida ad un videomessaggio che pubblica settimanalmente, tutti i lunedì, sulla pagina social del Comune.
7CAMERANOHa un sito web ufficiale e una pagina social. Non ha un Ufficio stampa. Spiace vedere Camerano all’ultimo posto, ma tant’è, nonostante qui abbia sede la nostra testata. All’inizio del suo mandato il sindaco Oriano Mercante, contattato telefonicamente dal giornale per approfondire un tema, rispose che lui per telefono non rilasciava dichiarazioni, e che avrebbe risposto con i comunicati stampa. Sono passati sette mesi ma di comunicati a firma del Sindaco non ne abbiamo mai ricevuti. Nulla è cambiato, tra l’altro, rispetto all’Amministrazione precedente. Alla ns. redazione manca tantissimo l’assessore Costantino Renato, puntualissimo e molto professionale nei comunicati alle testate giornalistiche.

 

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