Rabini denuncia l’incuria dell’asilo nido comunale

“I bambini non possono uscire a giocare in giardino”

Camerano, 30 aprile 2019 – È un attacco duro e diretto quello portato in mattinata da Lorenzo Rabini, capogruppo di Operazione Futuro, all’assessorato all’Ambiente. Nel mirino del consigliere di minoranza è finito l’asilo nido comunale.

«Una indecenza, una vergogna – tuona Rabini – ma potremmo aggiungere altri sgradevoli commenti a quello che è un esempio altamente negativo di come si tiene un parco di un asilo nido comunale. Questa mattina le condizioni ambientali, l’erba alta e l’incuria del parco interno all’asilo nido comunale, erano così indecenti che i bambini non son potuti neanche uscire e respirare un po’ dell’aria ormai piacevole di fine aprile».

Lorenzo Rabini, capogruppo e consigliere di Operazione Futuro a Camerano

Uno stato, quello del giardino dell’asilo nido, che a detta di Rabini va a danneggiare anche la professionalità del personale addetto. «Poi, l’Amministrazione comunale si lamenta per le sempre meno richieste d’iscrizione – insiste il capogruppo di Operazione Futuro – ma a fronte di una spesa mensile di 650 euro, credo che sia il minimo offrire un’ambiente interno ed esterno almeno consono ad un decoro ambientale. Oltre, ovviamente, all’aspetto dedicato alla professionalità del personale che non è certo come l’immagine che viene data oggi dal parco esterno».

In ultimo, l’attacco diretto all’assessore competente: «Ci si attivi subito quindi a ripulire l’area verde dell’asilo nido e a rendere l’ambiente esterno idoneo per le uscite e i giochi all’aperto, l’assessore all’Ambiente di questo ne risponderà anche in Consiglio comunale».

 

redazionale

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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