Fra Tègne e Namastè è stato un sabato tutto da vivere alla festa del Rosso Conero

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Vale la pena raccontarla questa seconda serata della XXI edizione della festa del Rosso Conero a Camerano. Una serata afosa di un sabato italiano – tanto per mettere insieme Domenico Modugno con Sergio Caputo -.  Ma non diremo dell’immensa folla, perché ripeterci non ci piace. Così diremo che ieri sera, puntuale, l’altra metà della galassia – quella che non c’era venerdì sera – è arrivata puntuale all’appuntamento. Unendosi alla prima metà. E l’universo di anime s’è completato.

Dire una fiumana di persone sarebbe riduttivo, un’offesa alle persone che erano lì. Allora diremo, perché no?, uno tzunami… Ecco, siamo ancora qui a ripeterci, ma non è possibile venire a Camerano a bere un bicchiere di quello buono e ignorare il fatto. Lo tzunami di anime, intendo. Va bene, lasciamo perdere.

Di ieri sera, un sabato marchigiano, ho preso qualche appunto sul mio taccuino di vecchio cronista stanco. Il primo è: “Questo Tègne”. Scritta bianca su maglietta nera indossata dai fratelli Lorenzo e Matteo Chiucconi dell’azienda agricola Angeli di Varano. Gli stiamo facendo pubblicità? È vero, ma se lo meritano. Non foss’altro, almeno per quei due bicchieri del loro fantastico ‘Primo di tre’, un rosso tutto da gustare rigorosamente Rosso Conero, Montepulciano al 100%. Colore rubino intenso, bouquet complesso con note di frutti di bosco, marasca e mora. Elegante, caldo, di grande struttura… come? Quei due bicchieri? Ce li hanno offerti, ovvio.

Il taccuino, già. L’appunto: ‘Questo Tègne’… Eh sì, perché vi è mai capitato di far sgocciolare due rubini di Rosso Conero sulla tovaglia immacolata? Lasciano due chiazze nere nere che vanno via con difficoltà, perché quel vino, maledetto, tinge. Tinge di brutto! Tègne, in marchigiano.

Ma torniamo al taccuino del cronista. L’altro appunto è: NAMASTE’! No, non è un produttore arabo di tappeti, no. È il nome di un hobbista, uno di quelli che con la propria bancarella forma il lungo serpentone di bancarelle a bordo strada. Che poi si chiama Via Maratti (la fantasia dei cameranesi è subdola e sbrigativa: chiamano Maratti tutto quello che si può chiamare Maratti e la chiudono lì).

NAMASTÈ è un logo, un acronimo, frutto della fantasia di un marchigiano come solo un marchigiano può avere. Ci siete arrivati? No? Va bene. Neppure chi scrive c’era arrivato. Dietro a questo nome orientaleggiante c’è un uomo, Stefano Governatori, residente agli Angeli di Varano. No, niente a che vedere con i fratelli Chiucconi. È solo un caso: non li conosce neppure. Stefano è un artigiano/inventore/hobbista forse un po’ pazzo – non lo siamo un po’ tutti? –  ma di una simpatia estrema. Stefano fa le pipe, sì quelle in radica che si usano per fumare. E di pipe come le sue non se ne trovano in giro.

Ma non solo. Lavora il legno e inventa cose. Non a caso sul suo biglietto da visita c’è scritto: Arte legno e fantasia. Ha inventato una scacchiera in legno per il gioco della dama e degli scacchi che si arrotola come una pergamena. “L’ho fatta così – spiega – perché dentro ci stava un contenitore cilindrico di plastica per contenere le pedine. Quando ho finito i cilindri, l’ho fatta a sezione quadrata”. Un’altra sua invenzione è un marchingegno che assomiglia a una trappola per topi, ma in realtà è un dosatore di spaghetti.

Ci siete arrivati adesso? Al senso di NAMASTÈ, intendo. No?, allora ve lo faccio spiegare da lui: “Non è difficile – sostiene con aria di sfida – tutti mi chiamano e mi dicono, damme na mà, sté, aiutame, damme na mà. Damme levamolo, resta, na mà stè”. E così dicendo si è fatto una gran risata. Chiaro, adesso?

Come? Gli spettacoli di ieri sera? Ottima musica, rock, funky, tradizionale irlandese e tanto altro. Guardatevi la slide d’apertura in testa all’articolo per farvene un’idea. Ma vorremmo chiudere citando un artista bravissimo, Matteo Pallotto e la sua giocoleria di strada. Ha incantato e divertito un sacco di bambini e adulti ieri sera, in Piazza Roma. E credeteci, non è facile arrivare a certi risultati lavorando per strada, con le pietre di porfido come palcoscenico. Nel farlo, hai un solo vantaggio: le stelle a portata di mano.


Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Quel tocco di rossetto che spaventò l’Italia

77 anni fa le donne conquistavano il diritto al voto


Camerano, 01 febbraio 2023 – In questo mese, 77 anni fa, esattamente il 23 febbraio 1946, la Consulta Nazionale approvava il decreto legislativo che dava alle donne, per la prima volta in Italia, il diritto di votare e quello di essere elette. Diritto che le stesse poterono esercitare, sempre nel 1946, quando vennero chiamate al voto alle prime elezioni amministrative del dopoguerra.

Non si pensi che raggiungere questo diritto sia stato facile per le donne, la loro battaglia per il diritto al voto (suffragio universale), risale addirittura al 1861, l’anno dell’Unità d’Italia. E una volta acquisito, quel diritto, non è che la società tutta l’accolse con favore: occorreva un cambio di mentalità che s’era radicato negli uomini per centinaia d’anni.

Basti ricordare, come segno della disabitudine al voto femminile, quel che pubblicò il Corriere della Sera nell’edizione del 2 giugno 1946 commentando la partecipazione delle donne all’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente e del Referendum istituzionale Monarchia-Repubblica, nell’articolo intitolato “Senza rossetto nella cabina elettorale” con il quale invitava le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto sulle labbra.

La motivazione era spiegata così: “Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio“.

Sì, oggi tutto ciò suona parecchio stonato anche perché, come facevi a capire a chi apparteneva quella macchia di rossetto? O che il colore del pigmento si poteva associare a questo o a quello schieramento? Oggi le schede elettorali per fortuna si piegano.

Sono passati 77 anni dal raggiungimento del diritto di voto per le donne. Molte, nel corso degli anni, sono state elette in Parlamento nelle due Camere, poche, pochissime, assise nella poltrona del presidente di questo o quel ramo, sfondando quel “tetto di cristallo” appannaggio riservato agli uomini per tanto, troppo tempo.

Ricordando l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prima donna in questo ruolo nella storia d’Italia capace di sfondare quel tetto – e che le ha citate nel suo discorso d’insediamento, vorrei ricordarne alcune di queste eroine: Rosalie Montmasson, testarda al punto da partire con i Mille che fecero l’Italia; Alfonsina Strada, prima donna a competere nel ciclismo in gare maschili.

Eroine nella Cultura come Maria Montessori o Grazia Deledda premio Nobel per la Letteratura. Eroine nella Politica dei giorni nostri: Tina Anselmi, Nilde Jotti, Rita Levi Montalcini; e ancora, Oriana Fallaci enorme firma del giornalismo, Samantha Cristoforetti astronauta.

Chissà cosa sarebbe successo all’Italia e alle italiane se, 77 anni fa, quel diritto al voto fosse stato loro negato. Non credo granché, dal momento che do per scontato che comunque a quel diritto sarebbero arrivate. Semplicemente perché era scritto nelle stelle, e solo l’ottusità, il maschilismo e la paura della perdita di potere dell’uomo, l’ha ritardato nell’evoluzione sociale italiana.

Di una cosa però sono convinto: laddove le donne hanno primeggiato, sfondando quel tetto di cristallo, il mondo che hanno governato e le società che hanno gestito sono migliorate parecchio, colorandosi di quel tocco di rosso tanto vituperato nel 1946: un tocco di rossetto!

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