Chiara Ragnini ha coronato un sogno: Chiaramente Tipico

Giovane cameranese apre a Numana un negozio di prodotti alimentari delle eccellenze marchigiane

Numana, 18 aprile 2019 – Ha 25 anni Chiara Ragnini, ed è laureata in scienze e tecnologie alimentari. Come tanti giovani, aveva un sogno nel cassetto che ha coronato sabato scorso con l’inaugurazione a Numana di un negozietto di prodotti alimentari tipici marchigiani. Prodotti anche sfusi, come nelle botteghe di una volta.

Numana – Il sindaco Gianluigi Tombolini e Chiara Ragnini tagliano il nastro all’inaugurazione di Chiaramente Tipico

Non poteva che chiamarsi Chiaramente Tipico, il negozio di Chiara, con i battenti aperti in Via Matteotti 14 a cinque passi dalla centralissima Piazza del Santuario di Numana. Un vero e proprio elogio alla miglior produzione regionale, tutti prodotti di qualità a km 0, anche biologici. Da quelli più classici a quelli più ricercati, come il sugo ai moscioli di Portonovo, o i salumi con paccasassi e gli oli usati da grandi chef internazionali.

Particolarità del negozio è lo sfuso, la possibilità cioè di comprare la pasta o i legumi in base alla quantità scelta.

L’interno del nuovo negozio di Chiara Ragnini. In primo piano i dispencer di pasta e legumi 

Perché, da cameranese, ha scelto proprio Numana per coronare il suo sogno?

«Ho scelto Numana perché amo questa località – ha risposto Chiara – e perché con il mio ragazzo, che lì ha un’agenzia immobiliare e di affitti estivi, abbiamo pensato ad una collaborazione di sponsorizzazione reciproca».

Il bancone dei formaggi e dei salumi

Come nasce l’idea di un negozio di prodotti tipici marchigiani?

«È una diretta conseguenza degli studi che ho fatto. Nel tempo, ho iniziato a stabilire delle priorità assolute, tra cui la qualità di ciò che mangiamo e il minor uso di plastica da imballaggio».

Dunque, idee precise per Chiara Ragnini, idee ponderate e studiate a tavolino con un occhio alla qualità e uno all’ambiente. Le premesse per il successo di Chiaramente Tipico ci sono tutte. E chissà, magari un giorno la ragazza potrebbe aprire una succursale anche a Camerano, sua città di residenza: di locali vuoti e a disposizione in Piazza Roma ce ne sono diversi.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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