Ecco Siro rettile marino che diventerà la mascotte di Sirolo

In una Piazza Vittorio Veneto gremita esperti dell’Università di Camerino hanno presentato uno studio sulle impronte della rara creatura

Sirolo, 10 agosto 2019 – Ieri sera, in una Piazza Vittorio Veneto gremita di turisti e sirolesi, gli esperti dell’Università di Camerino hanno presentato l’articolato studio sulle undici impronte di un rettile marino rinvenute al di sopra della spiaggia delle Due Sorelle, sulle Placche dei Gabbiani.

Il geologo Giuseppe Crocetti, il biologo Alessandro Blasetti – entrambi del Museo delle Scienze di UniCam – e l’archeologo Luca Natali dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana (Is.I.P.U.) hanno spiegato che dopo la scoperta, avvenuta nella primavera del 2015, e i successivi approfondimenti in loco all’inizio di questa estate, è stata eseguita la scannerizzazione delle impronte per effettuare studi più approfonditi di rilevo internazionale.

Per comprendere la rilevanza della scoperta, secondo il vice sindaco Alessandro Mengarelli presente all’evento, basti pensare che al mondo sono state trovate solo tre serie di impronte di questo tipo, lasciate su fondali marini profondi dalle pinne anteriori di un rettile marino non ancora individuato, chiamato Siro in onore di Sirolo. Sulla datazione delle impronte, risalenti presumibilmente a oltre 100 milioni di anni fa, sono ancora in corso studi e confronti.

Un primo studio inerente il ritrovamento è stato già pubblicato a gennaio nella rivista internazionale specializzata Cretaceous Research, che sarà integrato prossimamente con le risultanze dei rilievi effettuati quest’anno.

Prossimamente, la Giunta Moschella valuterà se adottare il rettile marino Siro come mascotte ufficiale di Sirolo, per ampliare i contenuti dell’offerta turistica verso un turismo sempre più di qualità.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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