William Somerset Maugham: Il filo del rasoio

Uno di quei libri che ti prendono e ti cambiano il modo di sentire

Capita di leggere un libro e alla fine non sei più lo stesso. Succede e basta. Non è che stai lì a riflettere più di tanto su cosa ti è accaduto dentro, mentre pagina dopo pagina si avvicina alla fine. Come detto, succede e basta. Vale la pena interrogarsi? Anche no, visto che leggendo un libro come Il filo del rasoio di Somerset Maugham può capitare proprio questo. Succede con i libri che ti prendono e succede ancora più spesso con autori come Maugham che ci mettono la voce, una scrittura precisa e senza sbavature e l’ironia che spesso si trasforma in cinismo. Le emozioni non sono mai banalizzate, se non per ritrarre personaggi che di quelle stesse emozioni sono i rappresentanti meno probabili. Come la borghesia altolocata degli Stati Uniti d’America nel romanzo di Maugham i cui membri ci appaiono a noi come alla voce narrante del romanzo, improbabili detentori di conoscenze che al massimo servono a fare più soldi, ma il resto dove è?

E per resto s’intende la vita vera, quella che affonda in una quotidianità distante anni luce dalla raffinatezza spregiudicata e dalla futilità del dandy Elliot che di questa società ne è il rappresentante più vero. Non che lo sia da meno il belloccio Gary, figlio di papà la cui esistenza sembra essere già programmata prima ancora della sua nascita. E Larry? Larry è il vero protagonista del romanzo, quello che più affascina la voce narrante che badate sembra essere davvero quella di Maugham lo scrittore, ma è solo una tecnica, un’abile tecnica che seduce e inganna il lettore; proprio come un numero di magia ben realizzato.

E per Larry, si diceva, simpatizza appieno il narratore perché è lui la pecora nera, la voce fuori dal coro quello che contro ogni parere sensato decide di seguire la propria strada che poi alla fine dei giochi è l’unica che conta davvero. Ed è così che dopo un breve ritorno in patria per avvicinarsi di nuovo a Isabel di un mare corrisposto in pieno, Larry comincia le sue peregrinazioni.

Lo si trova con sommo sdegno, se solo ne fossero venuti a conoscenza i suoi amici altolocati, a lavorare in una miniera in compagnia di Kosti un polacco intelligente e abile nei giochi di carte. Ed ecco fare la loro comparsa, come molto spesso succede nelle opere di Maugham, i dettagli autobiografici. Larry e Kosti giocano con naturalezza, più il secondo del primo a dire il vero, a belote così come a poker e inutile dirlo lo scrittore britannico nella sua lunga vita è stato un grande appassionato di questo gioco. Del resto proprio a lui si deve una delle più celebri definizioni sul poker, che vale la pena citare: il poker è il solo gioco adatto ad un uomo adulto. La vostra mano contro quelle di tutti gli altri, e le mani di tutti gli altri contro la vostra.

Parole che fanno eco alla citazione di Doyle Brunson, lui mostro sacro del poker che ricorda come in questo gioco ogni fallimento è causato più dalla mancanza di determinazione che dalla carenza di talento. Questa frase sarebbe di sicuro piaciuta allo stesso Larry che in fatto di determinazione non ha nulla da invidiare al giocatore texano. Sì perché il suo viaggio non si conclude né nelle miniere, né tra gli scrittori e artisti della Parigi bohémienne.

Poco importa a Larry dove si trova, quello che conta è la sua ricerca seguendo un cammino di introspezione che ricorda anche se solo vagamente quello intrapreso qualche decennio prima dal giovane Siddharta nelle pagine di Hermann Hesse. È l’India il punto d’arrivo temporaneo, ovviamente, della ricerca di Larry. Altro elemento biografico tra i tanti, visto che Maugham durante i suoi viaggi degli anni venti e trenta del Novecento divenne uno dei reporter di punta per raccontare il subcontinente indiano ai lettori anglosassoni.

Un passaggio importante quello dell’India per Larry, visto che qualcosa laggiù pare averla trovata. Un  qualcosa che ha che vedere con la sua più intima natura, quel qualcosa a cui tutti noi tendiamo, ma verso cui pochi di noi hanno il coraggio di incamminarsi.

 

Redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primarie del centrosinistra ad Ancona

Lo scontro politico per scegliere il candidato sindaco è fra Ida Simonella e Carlo Maria Pesaresi


Camerano, 23 novembre 2022 – A solleticare questo paneburro&marmellata – ultimamente non è semplice trovare argomenti stimolanti – è stato un lungo post su Facebook di Ezio Gabrielli pubblicato qualche giorno fa e intitolato “Si torna a respirare!”. Consiglio di leggerlo. Argomento: le primarie del centrosinistra ad Ancona per scegliere il candidato sindaco alle Amministrative del 2023.

Due sono i candidati: Ida Simonella, appoggiata apertamente e senza tanti fronzoli dal sindaco uscente Valeria Mancinelli, e Carlo Maria Pesaresi. Quest’ultimo, nelle grazie di Ezio Gabrielli: lo ammette con forza nel suo post di cui, tra l’altro, condivido quasi in toto l’analisi.

Sono 17 i seggi scelti per le primarie sparsi in città, ai quali domenica 27 novembre potranno accedere dalle ore 8.00 alle 20.00 (tranne i seggi 9 e 12 aperti dalle 8.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 20.00), tutti gli anconetani dai 16 anni in su, previo un minimo contributo in denaro che pare essere volontario.

La feroce critica di Gabrielli al doppio mandato consumato dalla Mancinelli, la condivido. Non conosco personalmente lui, o i due candidati in lizza, o la Sindaca uscente, per cui posso dire la mia senza vincoli di sorta.

«L’impegno di Carlo Pesaresi di questi giorni ha imposto a tutto il centrosinistra, comprese le parti più recalcitranti e settarie, di rimettersi in moto rianimando un sistema linfatico di relazione che l’approccio Mancinelliano della delega in bianco – ed è questa la critica più feroce che deve essere rivolta a quel gruppo dirigente – aveva inaridito», scrive Gabrielli. E ancora: «Il centrosinistra ha realmente creduto che si potesse presidiare un territorio con l’idea dell’uomo/donna forte a cui delegare le scelte… e lo scorso settembre ci siamo, anche nella nostra città, ritrovati con un corpo rattrappito (incapace financo di fare una iniziativa elettorale con tutti i candidati alla Camera, Senato e Primarie), bloccato dall’anoressia di confronto e di idee e così, ritrovarci con una manciata di voti di distanza dal centrodestra».

«Abbiamo governato bene – continua Gabrielli – ma abbiamo manifestato limiti; nelle dinamiche complesse (esempio fra tutte la costruzione dell’azienda unica provinciale dei rifiuti, obbiettivo principale che era stato dato alla Mancinelli sette anni fa), la politica della delega e della semplificazione arrogante non ha funzionato; un tempo siamo stati un capoluogo di regione ma abbiamo perso, in favore di una visione “paesana”, la capacità di esercitare quel ruolo».

Su “abbiamo governato bene” caro Gabrielli, dissento. L’Ancona di oggi non è migliore di quella presa in mano dalla Mancinelli dieci anni fa. Ancona capoluogo di regione, oggi, è una bestemmia. Basta fare un giro a Fano, Pesaro Urbino, Civitanova o Ascoli per capire e toccare con mano quanta vita sociale ed economica in più ci sia in quelle realtà rispetto alla dorica. Invito i lettori ad esprimersi su questo concetto.

In ultimo, al di là delle manovre di partito e degli eventuali interessi in gioco, personalmente m’interessa poco chi sarà il candidato Sindaco di Ancona del centrosinistra. Che sia Simonella o che sia Pesaresi – dalle voci di corridoio, il vincitore delle primarie del centrosinistra si dovrà misurare con il candidato di centrodestra Daniele Silvetti, attuale presidente dell’Ente Parco del Conero, ma non c’è nulla di ufficiale – quel che davvero m’interessa, e credo sia così anche per la gran parte degli anconetani, è che il nuovo Sindaco di Ancona abbia le capacità necessarie, e la giusta visione, per riportare Ancona al centro della regione Marche sul piano politico, geografico, sociale, industriale, culturale e turistico. Un gran lavoro, non lo nego, ma è un lavoro che va fatto se Ancona vuole restare a pieno titolo capoluogo di regione.

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