Abitiamo il dopo di noi: parole e musica a Castelfidardo il 4 novembre

Informazioni sulla legislazione attuale, testimonianze di vita indipendente ed esibizione/racconto di Eugenio Finardi

Castelfidardo – «Caro Presidente del Consiglio e cari Ministri, Come butta? Siamo due sorelle, Elena e Maria Chiara. Siamo disabili. Più precisamente, da sole, non riusciamo a fare quelle cose che la gente di solito fa se vuole restare viva. Quindi mangiamo, ci laviamo, puliamo casa e abbiamo una vita sociale innanzitutto grazie a delle assistenti personali.

Le nostre assistenti agiscono al posto delle nostre gambe e braccia […]. Le paghiamo grazie a due cose: i fondi ridicoli che lo Stato ci dà e gli enormi sforzi economici della nostra famiglia. Ma questi soldi finiranno presto, e allora dovremo limitare seriamente la nostra vita, e indipendenza, e felicità. La nostra libertà ha una data di scadenza. […]»

Queste parole, che aprono la lunga lettera con la quale due sorelle senigalliesi si sono rivolte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, introducono al meglio l`incontro che l`associazione “Abitiamo il bene comune” ha ritenuto necessario sul tema del Dopo di noi: nuove prospettive per il  futuro delle persone con disabilità.

Sabato 4 novembre dalle ore 16.30, a Castelfidardo, presso l`Auditorium San Francesco ci  sarà un approfondimento di questa tematica. Dopo una prima parte formativa/informativa sulla legislazione nazionale e regionale attualmente in vigore, e un rapido esame degli istituti giuridici che le leggi consentono, ci sarà un confronto con alcune esperienze pilota di vita indipendente realizzate nelle Marche.

La sera, alle 21.30, grande sorpresa e grande attesa per una esibizione canora di Eugenio Finardi che, tra musica e parole, si soffermerà anche sulla sua esperienza di padre di una ragazza con sindrome di Down.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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