Inaugurazione illuminazione pubblica di un tratto della ciclopedonale

Circa un chilometro lungo Via Cagiata fino al parco Astea. Ritrovo alle 18.30 di domenica 12 settembre a Campocavallo

Osimo, 7 settembre 2021 – Domenica 12 settembre verrà inaugurata l’illuminazione pubblica del nuovo tratto della pista ciclopedonale Girardengo lungo Via Cagiata. Circa un chilometro, fino al parco Astea, che è stato attrezzato con illuminazione adeguata al contesto per consentire la fruizione dell’infrastruttura anche di sera, dal momento che le giornate si stanno accorciando e il buio arriva prima.

Per l’occasione, il Comune, l’Asso, l’associazione La Confluenza e Italia Nostra organizzano per domenica una passeggiata storico culturale a Campocavallo. Ritrovo alle 18.30 al Santuario della Beata Vergine Addolorata, con le guide dello Iat comunale che spiegheranno la storia di fede che lega questo luogo di culto alla sua terra.

Alle 18.50 partenza del gruppo in bici con ritrovo alle 19,15 al parco VerdEnergia, dove i volontari dell’associazione La Confluenza spiegheranno l’ambiente fluviale e la storia dell’area verde di proprietà Astea.

Alle 19.45 il taglio del nastro per inaugurare la nuova illuminazione del tratto che conduce dal parco all’anello della Girardengo, zona fontanelle. Alle 20.15 infine, “I canti della campagna osimana in recita” a cura dell’associazione Italia Nostra, con proseguimento verso il Centro di educazione ambientale entro le 21.

L’investimento per la nuova illuminazione è stato di circa 30.000,00 euro. L’Amministrazione comunale intende comunque proseguire questo percorso ed entro ottobre, nell’ambito dei progetti migliorativi legati al bando vinto da Dea per tutti i punti luce di Osimo da gestire e trasformare a led, verrà definito un nuovo intervento alla pista ciclabile. Nello specifico, verrà illuminato il tratto di circa 400 metri che si trova nella zona iniziale, il viale pedonale ed alberato dell’anello Girardengo.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Tempi comici e cuore immenso per Giulio Golia

L’inviato de Le Iene ha chiuso il 10° Festival osimano del Giornalismo d’inchiesta delle Marche


Ancona, 19 settembre 2021 – Auditorium della Confartigianato imprese Ancona-Pesaro Urbino alla Baraccola. Dietro il banco dei relatori il presidente padrone di casa Graziano Sabbatini, il direttore artistico del Festival Claudio Sargenti, Giovanni Pasimeni e al centro lui, l’ospite della serata: Giulio Golia (foto), notissimo e apprezzatissimo inviato decano de Le Iene targate Mediaset.

Di fronte, una platea dimezzata dalle normative Covid composta in buona parte da giornalisti anconetani costretti lì forse più per i crediti formativi imposti dall’Ordine che per “fare il servizio”. Questa, in sostanza, la scena ieri sera della chiusura del decimo Festival del giornalismo d’inchiesta delle Marche organizzato dalle associazioni osimane Ju-Ter Club e + 76.

E Giulio Golia, napoletano verace che non lo nasconde affatto, ieri sera si è concesso e raccontato a mani basse ai suoi non colleghi. Già perché, per sua stessa e convinta ammissione, pur facendo inchieste giornalistiche di altissima professionalità, rischiosità ed umanità: «Non sono giornalista – ha ribadito più volte – Non credo serva un tesserino per fare questo mestiere».

Sul piano professionale, Golia nasce animatore nei villaggi turistici. Poi, sei mesi di spola in treno Napoli-Milano per fare provini in Mediaset grazie al fatto che da figlio di ferroviere il treno non lo paga. Finché un giorno, un custode Mediaset lo fa entrare di straforo ai provini di La sai l’ultima? Gli chiedono di lasciare il suo numero di telefono. Lui, insieme al bigliettino lascia alla commissione una caramella Golia. Ed è l’inizio di un lavoro che dura da 24 anni sulle reti berlusconiane.

Diretto, schietto, coraggioso, nelle sue inchieste Giulio Golia negli anni ha affrontato e presentato ai teleutenti le realtà quotidiane delle periferie abbandonate a se stesse; cento storie degli ultimi e della loro dignità; verità nascoste tirate fuori con studio e perseveranza, mandate in onda: «perché la gente deve sapere come stanno davvero le cose». Anche a costo della propria vita: «Problemi per la mia incolumità? Nooo, hanno provato a spararmi solo due volte».

«Ho visitato quasi tutte le periferie d’Italia – ha raccontato ieri sera – quella che mi ha colpito in negativo è quella di Roma: a sei chilometri dal Cupolone c’è gente che vive nel degrado, senza acqua e nessun tipo di servizi. In Africa è normale fare chilometri per portare un secchio d’acqua al villaggio. A Roma, nel 2021, non è ammissibile».

E via così: con le inchieste sulle periferie abbandonate, sulle navi dei veleni, sul caso Vannini che, anche grazie alla sua inchiesta giornalistica, ha portato in galera un’intera famiglia. «La notte dopo la sentenza non sono riuscito a dormire – ha confessato – mi sentivo responsabile in una vicenda dove non aveva vinto nessuno».

Ma il giornalismo d’inchiesta, ovvero la ricerca della verità, è anche questo. «Il 60% delle storie che racconto, lo strazio, l’umanità, il dolore e la sofferenza, mi resta dentro e devo imparare a conviverci perché non racconto storielle, racconto la vita, e la vita è fatta di persone».

Sì, c’è tantissima vita e umanità in questo giullare dei villaggi turistici che alla fine, per mestiere, ha scelto di raccontarcela la vita, nuda e cruda per quello che è. Senza un tesserino rosso, senza un’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti ma con un cuore e un coraggio grandi così!

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