“Acer Negundo” del giardino Mancinforte fra gli alberi monumentali d’Italia

Cresce in uno dei luoghi più cari ai cameranesi

Anche Camerano è citato nel primo elenco degli alberi monumentali d’Italia approvato con decreto del Capo Dipartimento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale (prot. n. 5450 del 19.12.2017, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali).

l’Acer Negundo durante la fase della raccolta dati

Tale lista, che ha come obiettivo primario quello di censire e determinare formazioni vegetali di eccezionale valore presenti nel territorio nazionale, ha visto la chiusura dell’iter amministrativo (iniziato nel 2015) di iscrizione dell’Acer Negundo presente all’interno del Giardino Mancinforte.

L’area e l’albero in questione sono elementi molto cari ai cameranesi e ancor più caro è il ricordo della marchesa Fausta Mancinforte che per decenni ha curato ed amato il giardino.

L’Acer Negundo, alto 11 metri e con una circonferenza di 3, nell’ambito del contesto di tutto il giardino è stato ritenuto di particolare interesse storico-culturale in quanto tutta l’area viene considerata dalle tradizioni locali un preciso riferimento di eventi e memorie.

Camerano – lo splendido contesto del giardino Mancinforte dove dimora l’Acer Negundo

L’iniziativa ha come fine quello di creare un importante patrimonio conoscitivo su cui fondare iniziative e attività pluridisciplinari che spaziano dalla conservazione storico naturalistica, all’analisi dendrocronologica, dalla promozione turistica all’approfondimento storiografico, all’attività didattica fino allo studio della cultura materiale della società locale.

Gli alberi, da sempre, non sono solo portatori di valori intrinsechi ma raccontano tutto ciò che su di essi è stato proiettato. Sono un gancio a cui appendere la memoria e nello stesso tempo base solida su cui progettare il futuro.
a cura assessorato Ambiente del Comune


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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