Rilascio permessi di sosta 2018 per residenti a Osimo

Prorogata la validità di quelli del 2017 fino a tutto febbraio

Osimo – I permessi di sosta per l’anno in corso riservati ai residenti – fa sapere l’Amministrazione comunale – non verranno rilasciati prima del 1 febbraio. Di conseguenza, la validità dei permessi 2017 è stata prorogata a tutto il 28 febbraio. E non si escludono ulteriori proroghe.

L’ufficio preposto, per tutto gennaio, sarà aperto solo per chi deve sostituire le targhe e/o per quei nuovi residenti che devono fare la richiesta del permesso di sosta per la prima volta, con il seguente orario:

mercoledì e sabato dalle 9 alle 12.

Chi avesse comunque necessità d’informazioni può telefonare ai numeri: 071 723311 – 071 7233124 – 071 7233105, oppure inviare una e-mail a: contenzioso@pmosimo.it

I costi dei permessi restano invariati.

Il pagamento va effettuato con bonifico bancario presso la tesoreria comunale:

Ubi BancaANCA –  Iban:    IT 30 G 03111 37491 000000020010

È possibile presentare le domande già compilate, scaricando i modelli che si trovano nel sito ufficiale del Comune di Osimo.

I residenti che non hanno modificato i requisiti rispetto al 2017, potranno ritirare il permesso immediatamente presentando la ricevuta di pagamento e la domanda mod/A (da compilare presso gli uffici comunali o consegnandola già compilata).

Per le altre categorie di permessi (dimoranti; assistenza domiciliare; dipendenti Ospedale; Forze di Polizia; transito), e per i residenti che fanno la domanda per la prima volta o che hanno modificato i requisiti rispetto al 2017, la domanda va presentata utilizzando il mod/B (da compilare presso gli uffici comunali o consegnando la domanda già compilata, scaricandola dal sito).

Il permesso verrà consegnato dopo una settimana circa.

 

redazionale

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Adriano Olivetti e Brunello Cucinelli ʽpezzi uniciʼ

Fino a che punto il Covid-19 cambierà il mondo?


Camerano, 14 novembre 2020 – Ieri, durante l’ormai consueto appuntamento pomeridiano in video-chat con l’amico Nicola Evoli dal Minnesota (Usa), si è parlato del futuro post Covid delle aziende italiane. Di come sarà inevitabile un cambio di mentalità e di rapporti fra imprenditore e dipendenti; fra imprenditore e mercati, fra le stesse aziende.

Lui, Nicola, a sostenere l’inevitabilità della trasformazione. A ribadire, io, che una volta distrutta la bestia e tornati ad abbracciarci come se nulla fosse stato, non cambierà un bel niente: l’imprenditore continuerà a rincorrere il profitto mettendolo al centro dei propri obiettivi primari, l’operaio continuerà a guardare al suo titolare come al padrone. Gli farà i complimenti di circostanza fino a quando lo stipendio sarà garantito e lo attaccherà e lo denigrerà quando la busta a fine mese non arriverà più.

Sta nell’ordine delle cose da sempre, dal tempo dei Faraoni e dei Romani, dal tempo del latifondo e della rivoluzione industriale, dal tempo della Fiat del capostipite Agnelli fino alla Tod’s dei Della Valle di oggi, della Luxottica di Del Vecchio, della dolciaria Ferrero dell’omonima famiglia. Certo, dai Faraoni alla Ferrero sono passati quattromila anni e più. Dalla frusta e lo sfruttamento indiscriminato iniziale siamo arrivati ai contratti integrativi con benefit aziendali, alle ferie pagate e all’assistenza sanitaria per tutti, ma il padrone è sempre il padrone e l’operaio è sempre l’operaio.

E così sarà per sempre. O almeno, fino a che esisterà l’iniziativa privata e l’economia del profitto. Il Covid-19 è solo una parentesi; un incidente di percorso che va ad aggiungersi inaspettatamente e imprevedibilmente ad altre problematiche aziendali. Attacca gli individui togliendogli l’aria nei polmoni; manda in crisi le economie perché i troppi contagi e le criticità sanitarie obbligano a chiudere le attività, ma questo non inciderà più di tanto sui processi mentali e gestionali di chi fa impresa e di chi deve far quadrare i bilanci, grande o piccola che sia l’attività.

Poi, è vero. Ci sono le eccezioni. Con Nicola si è parlato e parleremo ancora lunedì prossimo di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti, fautore dell’idea che il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità; o come Brunello Cucinelli, il re miliardario del cachemere con azienda a Solomeo (PG), che persegue “il capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali”.

Davvero tutto molto bello, sano e giusto. Ma Adriano Olivetti è morto sessant’anni fa e la sua azienda non c’è più. Brunello Cucinelli invece è sì vivo e vegeto (aggiungo che il fatto sia italiano m’inorgoglisce parecchio), e i suoi miliardi guadagnati onestamente è vero che li sta spendendo per migliorare la condizione della vita umana, dipendenti compresi. Purtroppo, all’orizzonte di Brunello ce ne sono solo due. L’altro che conosco è altrettanto unico e immenso, ma è un vino rosso talmente buono e “carestòso” da essere troppo lontano dalle mie tasche di operaio dell’informazione.

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