Liste Civiche all’Amministrazione: “sospendete il pagamento degli stalli blu”

Monica Bordoni: «Che il nostro appello venga accolto senza divisioni politiche nell’interesse dei cittadini».

Osimo, 14 novembre 2020 – Dalla mezzanotte e un minuto di questa notte, le Marche passano dalla zona gialla alla zona arancione con, tra l’altro, limitazione degli spostamenti fuori Comune, con attenzioni particolari anche agli spostamenti interni accompagnati alla riduzione fino al 50% della capienza delle persone sui mezzi pubblici che, ad Osimo, significa limitare la capienza anche all’interno dell’ascensore tiramisù.

Stalli blu ad Osimo

Per queste motivazioni Liste Civiche ritiene necessario chiedere all’Amministrazione osimana, a partire già da lunedì 16 novembre, la sospensione del pagamento dei parcheggi delimitati dalle strisce blu per tutta la durata del periodo in zona arancione, provvedimento da estendere eventualmente e malauguratamente anche in zona rossa semmai ci si dovesse arrivare.

Osimo – Monica Bordoni di Liste Civiche

«Riteniamo possa essere un segnale utile come incentivo per tutti gli osimani che hanno bisogno di spostarsi per lavoro o per necessità urgenti – spiega Monica Bordoni, capogruppo di Liste Civiche in Consiglio comunale – evitando così di sovraffollare i mezzi pubblici o restare per ore in fila per entrare nel tiramisù, dunque riducendo il rischio contagio. Una risposta doverosa che questa Amministrazione deve dare anche nei confronti di quei commercianti che rimarranno aperti ma che avranno un importante calo della clientela. La tutela della salute prima di tutto, senza dimenticare di essere al fianco delle categorie più penalizzate in questo triste momento».

L’auspicio finale della Bordoni è che: «l‘Amministrazione comunale raccolga il nostro appello senza divisioni politiche».

 

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Adriano Olivetti e Brunello Cucinelli ʽpezzi uniciʼ

Fino a che punto il Covid-19 cambierà il mondo?


Camerano, 14 novembre 2020 – Ieri, durante l’ormai consueto appuntamento pomeridiano in video-chat con l’amico Nicola Evoli dal Minnesota (Usa), si è parlato del futuro post Covid delle aziende italiane. Di come sarà inevitabile un cambio di mentalità e di rapporti fra imprenditore e dipendenti; fra imprenditore e mercati, fra le stesse aziende.

Lui, Nicola, a sostenere l’inevitabilità della trasformazione. A ribadire, io, che una volta distrutta la bestia e tornati ad abbracciarci come se nulla fosse stato, non cambierà un bel niente: l’imprenditore continuerà a rincorrere il profitto mettendolo al centro dei propri obiettivi primari, l’operaio continuerà a guardare al suo titolare come al padrone. Gli farà i complimenti di circostanza fino a quando lo stipendio sarà garantito e lo attaccherà e lo denigrerà quando la busta a fine mese non arriverà più.

Sta nell’ordine delle cose da sempre, dal tempo dei Faraoni e dei Romani, dal tempo del latifondo e della rivoluzione industriale, dal tempo della Fiat del capostipite Agnelli fino alla Tod’s dei Della Valle di oggi, della Luxottica di Del Vecchio, della dolciaria Ferrero dell’omonima famiglia. Certo, dai Faraoni alla Ferrero sono passati quattromila anni e più. Dalla frusta e lo sfruttamento indiscriminato iniziale siamo arrivati ai contratti integrativi con benefit aziendali, alle ferie pagate e all’assistenza sanitaria per tutti, ma il padrone è sempre il padrone e l’operaio è sempre l’operaio.

E così sarà per sempre. O almeno, fino a che esisterà l’iniziativa privata e l’economia del profitto. Il Covid-19 è solo una parentesi; un incidente di percorso che va ad aggiungersi inaspettatamente e imprevedibilmente ad altre problematiche aziendali. Attacca gli individui togliendogli l’aria nei polmoni; manda in crisi le economie perché i troppi contagi e le criticità sanitarie obbligano a chiudere le attività, ma questo non inciderà più di tanto sui processi mentali e gestionali di chi fa impresa e di chi deve far quadrare i bilanci, grande o piccola che sia l’attività.

Poi, è vero. Ci sono le eccezioni. Con Nicola si è parlato e parleremo ancora lunedì prossimo di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti, fautore dell’idea che il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità; o come Brunello Cucinelli, il re miliardario del cachemere con azienda a Solomeo (PG), che persegue “il capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali”.

Davvero tutto molto bello, sano e giusto. Ma Adriano Olivetti è morto sessant’anni fa e la sua azienda non c’è più. Brunello Cucinelli invece è sì vivo e vegeto (aggiungo che il fatto sia italiano m’inorgoglisce parecchio), e i suoi miliardi guadagnati onestamente è vero che li sta spendendo per migliorare la condizione della vita umana, dipendenti compresi. Purtroppo, all’orizzonte di Brunello ce ne sono solo due. L’altro che conosco è altrettanto unico e immenso, ma è un vino rosso talmente buono e “carestòso” da essere troppo lontano dalle mie tasche di operaio dell’informazione.

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