Obesità, diabete e cancro: una nuova ricerca per la prevenzione

Il freddo e l'attività fisica promuovono l'attività del grasso bruno e addirittura la trasformazione del grasso bianco in bruno, aspetto fondamentale per la prevenzione del diabete e del cancro. La scoperta, pubblicata il 3 aprile ha visto collaborare diversi esperti e tra questi il prof. Saverio Cinti dell'Univpm.

Ancona – Circa l’ 85% dei soggetti obesi è affetto da diabete (Tipo 2 o dell’adulto, la forma di gran lunga più diffusa). Il meccanismo cellulare che lega queste due patologie è stato scoperto nel 2005 da una collaborazione dell’Università Politecnica delle Marche e la Tuft University di Boston. In quel lavoro (Cinti et al J Lip Res 2005), si evidenziava come la cellula adiposa del soggetto obeso moriva per eccesso di rigonfiamento. Infatti la cellula adiposa bianca (grasso bianco) è sferica per contenere il massimo delle riserve energetiche e quando “si mangia troppo” o “ci si muove poco”  si rigonfia come un palloncino. La possibilità di gonfiarsi ha un limite e come il palloncino scoppia così la cellula adiposa muore.

Un adipocita bruno trasformato in bianco e morente circondato dai becchini fisiologici (marrone)

Rispetto alle altre cellule, le cellule adipose sono gigantesche soprattutto negli obesi e quando muoiono richiedono una quantità di “becchini cellulari” enorme per ripulire il tessuto. I becchini fisiologici si chiamano macrofagi, vengono prodotti dal midollo osseo, circolano nel sangue e ripuliscono gli organi da qualunque materiale di scarto. Le cellule adipose morte dell’obeso provocano una infiammazione cospicua dell’organo adiposo e durante il riassorbimento delle cellule morte producono sostanze tossiche che interferiscono con il recettore dell’insulina provocando insulino-resistenza che apre la strada al diabete.

Queste stesse sostanze tossiche sono anche responsabili di instaurare un terreno favorevole all’insorgenza di alcuni tipi di cancro che infatti risultano più frequenti nei soggetti obesi (ad esempio dell’esofago, del colon, dell’utero e della mammella).

L’associazione obesità-diabete è particolarmente frequente nei soggetti con eccesso di grasso addominale (tipica pancia dell’uomo), ed infatti il grasso addominale è sempre più infiammato del sottocutaneo nei soggetti obesi. Il motivo di questa maggiore propensione del grasso viscerale a morire e quindi a provocare una maggiore infiammazione non era noto. Una recente ricerca frutto della collaborazione tra Università italiane (Politecnica delle Marche e Verona) e l’Università di Graz e di Pittsburg ha fornito una possibile spiegazione a questo enigma.

Ancona – Il prof. Saverio Cinti

Infatti l’organo adiposo è composto anche da un altro tipo di cellula adiposa: la cellula adiposa bruna (grasso bruno) che ha una funzione completamente diversa dalla bianca. Essa infatti brucia i grassi per produrre calore, quindi si attiva quando ci esponiamo al freddo. Essendo un brucia-grassi è anche una promettente prospettiva per curare l’obesità e il mondo scientifico con l’industria farmaceutica si stanno impegnando nella ricerca di  farmaci in grado di attivare il grasso bruno. La distribuzione del grasso bruno nell’uomo privilegia le sedi viscerali e la recente scoperta di cui sopra (Kotzbeck, Giordano et al J Lip Res 2018) dimostra che le cellula adipose brune di animali obesi si trasformano in bianche e sono particolarmente fragili e quindi muoiono facilmente provocando una intensa infiammazione responsabile poi del diabete-cancro di cui sopra. La scoperta, pubblicata il 3 aprile 2018 (www.jlr.org), ha visto collaborare diversi esperti e tra questi il prof. Saverio Cinti dell’Univpm (vedi foto).

Poiché il freddo e l’attività fisica promuovono l’attività del grasso bruno e addirittura la trasformazione del grasso bianco in bruno, risulta facile dedurre che esse sono anche importanti per la prevenzione del diabete e del cancro. Naturalmente lo studio è stato fatto su cavie murine, ma sinora, in questo campo tutte le scoperte fatte sui topi si sono poi rivelate applicabili anche agli esseri umani ed è quindi altamente probabile che questo valga anche in questo caso.
 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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