L’attore Paolo Cupido animerà la gara della pigiatura dell’uva

A destra, l'attore Paolo Cupido
A destra, l’attore Paolo Cupido

Camerano. Dalla realtà poliedrica dell’associazione Finestre Rosse di Camerano, attiva all’interno di gran parte delle iniziative locali, qualche anno fa è uscito allo sbaraglio verso il mondo artistico, Paolo Cupido.

Attore, giocoliere, performer, regista, sceneggiatore, curatore di spettacoli e direttore artistico di eventi, Paolo Cupido è tornato nella sua amata cittadina per la Festa del Rosso Conero. Da protagonista: questa sera, venerdì 2 settembre alle 22.15, presenterà e animerà in Piazza S. Apollinare la tradizionale gara della pigiatura.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua multiforme carriera.

Paolo, come hai scoperto la tua vena artistica?

“Frequentando, qui a Camerano, l’Associazione Finestre Rosse – di cui sono ancora socio – e prendendo parte attiva agli spettacoli da loro organizzati. Sia come attore, sia con la giocoleria di piazza.”

Il passo successivo?

“La giocoleria durante le feste medioevali di Offagna. Mi piaceva esibirmi in pubblico, ma capivo la necessità di dovermi dotare di una istruzione artistica che mi mancava. Così decisi di frequentare la scuola presso il Teatro Stabile delle Marche di Ancona”

Bastò quella scuola per farti diventare quello che sei?

“Assolutamente no. Volevo uscire dalla provincia per pormi traguardi più ambiziosi. Frequentare una scuola di recitazione a valenza nazionale. Lasciai Camerano. Passai le selezioni per l’ammissione alla scuola teatrale Alessandra Galante Garrone di Bologna e mi traferii lì. Dove abito tutt’ora. Conclusi i due anni di quell’accademia, mi gettai convinto nel mondo dello spettacolo certo di trovare presto un lavoro. Capii subito però quanto fosse difficile muoversi in un mondo così competitivo com’è quello della recitazione”.

Le tantissime storie raccontate da attori di successo ci hanno spiegato che la gavetta è dura per tutti. Quasi un passaggio obbligato.

“Infatti. Ma non volevo perdere l’arte imparata in quegli anni di studio, così, insieme ad altri quattro miei compagni d’accademia formammo una compagnia di teatro di maschera chiamata ‘I Cani di Carta’. Girammo mezza Europa quell’estate mettendo in scena uno spettacolo ideato da noi. Tornato in Italia lavorai nello spettacolo teatrale La dodicesima notte, di Shakespeare, diretto da Gabriele Tesauri; per poi passare sotto la direzione di Massimiliano Briarava della compagnia Rev con lo spettacolo Sakura Falls. La mia formazione deve molto a questi due lavori ”.

La recitazione intensa di Paolo Cupido
La recitazione intensa di Paolo Cupido

A quel punto ti consideravi un attore completo?

“Lo sei quando hai sperimentato i vari ruoli di quel mondo. Non a caso infatti, ho deciso di dirigere spettacoli scritti da me come Monsieur Malaussene che ho tratto da un romanzo di Pennac. O di cimentarmi nella scenografia in Arte di Yasmina Reza, del regista Gianmarco Pezzoli. Nel mondo dello spettacolo non è sufficiente saper recitare, occorre sapere la composizione delle luci, dei suoni, delle immagini. In quel mondo niente e nessuno deve essere sottovalutato”.

Finché è arrivata la televisione.

“Già, la Magnolia con il programma Flight 616. Un reality che tutto ha tranne la realtà”

Pur restando sempre nell’ambito artistico, hai attraversato decine di esperienze con ruoli diversi. Ma qual è il vero amore di Paolo Cupido?

“La recitazione, senza dubbio. Dalle mie esperienze ho capito quanto sia indispensabile farsi trovare pronti quando la vita ti pone davanti delle sfide. Le mie tante esperienze mi hanno permesso di mettere insieme un bagaglio sufficiente a raccoglierle senza troppe remore”.

Fare l’attore significa viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, non sogni mai un lavoro meno impegnativo?

“Il mio sogno sarebbe riuscire a lavorare a Camerano, la mia città. E fare la mia parte per riaprire il Teatro Maratti inutilizzato da troppo tempo. Magari riportandolo al lustro di un tempo attraverso la rassegna di nuove stagioni teatrali”.

La vedo dura. Grazie per la chiacchierata, e consoliamoci questa sera con la pigiatura dell’uva.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Viviamo il tempo del “minimo sindacale”

Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!


Camerano, 30 luglio 2022 – Il salario minimo sindacale è quella retribuzione fissata per contratto sotto la quale non è possibile andare. A seconda dei punti di vista, una garanzia per il lavoratore che sa di poter contare almeno su quel minimo di stipendio; una scocciatura per il datore di lavoro che sa, pur avendone l’intenzione, che sotto quella soglia minima non può pagare le prestazioni dei suoi dipendenti.

Da qui nasce, per osmosi, nel mondo del lavoro così come in quello della cultura del sociale o della politica, il detto: “fare il minimo sindacale”. Cioè, adoperarsi per introdurre fatica, idee, azioni, decisioni, al minimo delle proprie possibilità o capacità, giusto quel poco necessario a giustificare la propria presenza, il proprio impegno o il proprio ruolo. “Tira a campà”, direbbe Enzo Jannacci.

Ecco, tirare a campare, senza sforzarsi minimamente per fare di più e dare il meglio di sé, rende l’idea dei tempi che stiamo vivendo. In generale, la società del terzo millennio sta tirando a campà. Offre, di sé, il minimo sindacale grazie al quale poter giustificare la propria esistenza. Questo non significa che non ci sia nessuno capace di dare il meglio di sé: qualche imprenditore che si fa un mazzo così e anche di più per provare ad affermarsi; i tanti lavoratori che si fanno lo stesso mazzo per provare con dignità a portare la famiglia a fine mese sono tantissimi.

Concettualmente, però, la sensazione è che i furbetti del minimo sindacale siano piuttosto diffusi. A livello culturale, ad esempio, il decadimento è impressionante. Sono sempre meno quelli che leggono libri, vanno a teatro o al cinema, ascoltano musica classica. I musei vengono visitati in massa ma solo quando l’ingresso è gratuito. Però i concerti in spiaggia di Jovanotti sono sold out. E, a proposito di musica, la qualità della produzione musicale dell’ultimo decennio e forse più è davvero scadente (non lo dico io ma gli specialisti del settore). Non si scrivono più canzoni capaci d’emozionare, tanto che gli autori sono stati invitati ad impegnarsi “oltre il minimo sindacale”.

In politica poi, c’è il peggio del peggio, sia a livello locale sia a livello nazionale. Amministratori, Onorevoli e Senatori, gente che ha scelto di governare un Comune, una Provincia, una Regione, una Nazione, anziché muoversi per far progredire e migliorare lo status quo si accontentano di fare il “minimo sindacale”. Tirano a campà solo per garantirsi la poltrona e, così facendo, anziché migliorarlo lo status quo spesso lo peggiorano. Trovare alibi per loro, in questi ultimi anni, è stato facilissimo: la perdita di potere dei partiti, la mancata crescita economica, la pandemia, l’inflazione galoppante, la guerra in Ucraina, il vaiolo delle scimmie… Ma gli alibi servono a giustificare le sconfitte.

Dopo i tanti governi tecnici, a settembre il popolo tornerà alle urne per eleggere i propri rappresentanti politici i quali, lancia in resta, hanno già iniziato a sciorinare programmi e promesse a tutto spiano. Programmi e promesse che, come succede da circa settant’anni, verranno puntualmente disattesi. I nuovi eletti attueranno, come sempre, il “minimo sindacale” necessario a non essere mandati a casa anzitempo.

Succederà ancora e la colpa sarà mia. Perché continuo a permettere che tutto ciò accada senza far nulla per evitarlo. Perché io, italiano, sono fatto così: purché non mi si rompano le scatole, mi si garantisca l’assistenza sanitaria e la pensione, e mi si faccia pagare poche tasse, sono disposto a fare l’italiano al “minimo sindacale”. Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!

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