Massimo Gadda, il Capitano!

“Gaddao Meravigliao” torna nella “sua” Ancona nelle vesti di mister del Forlì

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Ancona. Otto stagioni, duecentoquarantanove presenze, quattro gol e la volontà dei tifosi di erigere una sua statua di fianco a quella di Cavour. Di chi stiamo parlando? Ancora un indizio? Gioca a calcio “mejo de Pelè”. Ma non avete ancora capito? Non possiamo che riferirci al “Capitano” per antonomasia, a “Gaddao Meravigliao”, più semplicemente al giocatore più amato della storia dell’Ancona: Massimo Gadda. Domenica c’è Ancona – Forlì ed il tecnico dei romagnoli è proprio lui, che tornerà per la prima volta da avversario dal suo addio alla Dorica, datato giugno 1994. E nella nostra intervista partiamo proprio da lì, dal momento più brutto della sua esperienza anconetana, la cessione.

 

Massimo Gadda, attuale mister del Forlì
Massimo Gadda, attuale mister del Forlì

Massimo, ma che successe ventidue anni e mezzo fa? Perché Gadda lasciò Ancona?

«Bella domanda. Io avevo già deciso di chiudere la carriera in biancorosso e di rimanere a vivere ad Ancona, ma la società fece un’altra scelta. Venivamo da una grande stagione culminata con la finale di coppa Italia persa con la Sampdoria, ma quel gruppo era arrivato a fine corsa. Io, Nista, Lupo, Bruniera, Mazzarano eravamo i cardini di quella squadra che partì dal nulla ed arrivò fino alla serie A agli ordini di Guerini. Poi quando il mister se ne andò, la dirigenza decise di ricominciare da zero e venni ceduto al Ravenna. Per me fu un trauma, poi piano piano sono riuscito a metabolizzare la cosa anche con l’aiuto della famiglia. D’altronde il calcio è questo».

Il ricordo più bello e quello più brutto delle sue otto stagioni ad Ancona?

«Beh, sul ricordo più bello non penso ci siano dubbi: la partita di Bologna che ci diede la promozione in serie A. Dodicimila anconetani in delirio allo stadio, le macchine che ci hanno scortato in autostrada nel viaggio di ritorno, il fiume di gente colorata di biancorosso per il Viale della Vittoria, ricordo che il pullman non riusciva neanche a fare un metro, ci mettemmo ore per arrivare al Passetto. Ancora oggi, solo a raccontarlo, mi commuovo. Ricordi brutti, invece, non ne ho, perché anche le stagioni complicate sono state vissute serenamente, compresa la retrocessione in serie B».

Ma non è stato mai vicino alla panchina dell’Ancona?

«Sì, una volta, nel 2006. Ebbi un colloquio con Schiavoni, allora presidente della società, ma non riuscimmo a trovare l’accordo. Non fu un problema economico perché per me l’Ancona è al di sopra di ogni cosa: non ci trovammo sui programmi e sulla gestione della squadra. Peccato. Anche durante la gestione Marinelli mi arrivò una telefonata, poi non si andò oltre. Un giorno, però, spero di finire sulla quella panchina».

A proposito di panchina, non è che domenica si siede su quella sbagliata?

«Non c’è pericolo, in otto anni ho fatto talmente poca panchina che non so neanche come sia fatta. Poi il Del Conero l’ho vissuto solo nell’ultima stagione e mezza, casa mia è il Dorico. Ecco, se domenica si fosse giocato al Dorico non so come avrei potuto reagire».

Sarà comunque emozionato…

«Forse anche di più. Non so se la curva mi accoglierà in maniera particolare, ma per me sarà una partita diversa dalle altre, non lo posso nascondere. Tra l’altro è la prima volta che torno da avversario, non riesco a pensare a come la vivrò fino al fischio d’inizio. Perché poi si giocherà e penserò alla partita».

Il Forlì è ultimo in classifica, ma domenica ha compiuto una vera impresa battendo la capolista Reggiana. Che periodo state vivendo?

«Siamo partiti male, la nostra è una squadra molto giovane che ha fatto fatica ad adattarsi al campionato. Da qualche settimana stiamo sfornando ottime prestazioni, non solo con la Reggiana. Lotteremo con tutte le nostre forze fino alla fine per salvarci».

Visto che il suo cuore è biancorosso, firmerebbe per il pari?

«Ce la giocheremo, come lo farà l’Ancona. Poi se al novantesimo ci scappasse un pareggio me lo prenderei volentieri».

Vuole lasciare un messaggio ai tifosi dell’Ancona?

«Sanno quanto sia legato a loro ed alla città, non c’è bisogno di dire altro. Certo, magari un giorno saremo ancora tutti dalla stessa parte, sarebbe meraviglioso».


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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