Ultimo incontro progetto Genitori a Scuola

Giovedì 6 dicembre Il sociologo Filippo Sani parlerà di educazione digitale

Osimo, 4 dicembre 2018 – Terzo ed ultimo incontro serale del progetto Genitori a Scuola. Dopo il successo dei precedenti, che hanno fatto registrare una nutrita presenza di genitori e insegnanti, giovedì 6 dicembre, ore 21 presso la scuola dell’Infanzia Muzio Gallo, si parlerà di educazione digitale con Filippo Sani, sociologo, counselor, formatore e membro dello staff del Cpp di Piacenza.

Il sociologo Filippo Sani a Osimo giovedì 6 dicembre

Nonostante la pregnanza sempre più invasiva della tecnologia sui comportamenti quotidiani di milioni di persone lasci presagire scenari di inevitabilità funzionale rispetto all’uso dei dispositivi digitali, soprattutto nei confronti dei minori, recenti ricerche neuroscientifiche e psicoevolutive hanno contribuito a sgombrare il campo da pressappochismi apocalittici; spesso strumentali.

Con il pretesto che l’uso della tecnologia faciliti le funzioni di apprendimento soprattutto nell’infanzia, questione smentita tra l’altro da tutta una serie di dati psiconeurologici, la società sembra orientata a sdoganare l’effluvio di algoritmi a danno della operatività del cervello: manuale, esperienziale, naturale.

Quali sono le esigenze e le capacità psicoevolutive di un bambino preadolescente o adolescente, che consentono l’accesso alla tecnologia senza il rischio di produrre danni o difficoltà di crescita e sviluppo? Di questo e tanto altro tratterà il sociologo Sani.

Lo sportello Pedagogico presso l’InformaGiovani di Via Fontemagna sarà ancora attivo nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio in orario 09.00-12.00. Per info: scuolagenitoriosimo@gmail.com.

 

redazionale

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
Pane Burro & Marmellata

 

IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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