Richiesta di un’automedica aggiuntiva per la bassa Valmusone

Presentata una mozione regionale del gruppo Civici. Interessa i Comuni di Osimo, Loreto, Castelfidardo, Numana, Sirolo, Filottrano, Giacomo Rossi: “insostenibile un ampio bacino di oltre 80.000 abitanti

Loreto, 6 novembre 2020 – «La presenza di una sola automedica per un territorio che da Osimo arriva a Loreto, a Numana, Sirolo e Filottrano è oggettivamente troppo poco – esordisce così il capogruppo regionale dei “Civitas_Civici” Giacomo RossiHo accolto l’istanza proveniente dal consigliere comunale di Loreto Gianluca Castagnani che da molti anni si batte per la sanità pubblica locale e ho presentato una mozione regionale nella quale evidenzio che per la bassa Valmusone si è rimasti ad una situazione Pre-Inrca, con Osimo e Loreto legate assieme in base al bacino di utenza della popolazione dei Comuni di Osimo, Loreto, Castelfidardo e con aggiuntive situazioni di carattere stagionale o straordinario considerata la presenza della Città Mariana e della Riviera del Conero».

Giacomo Rossi, capogruppo regionale di Civitas – Civici

Rossi sottolinea che attualmente l’automedica risulta presente nelle ore diurne presso l’Ospedale di Osimo e nelle ore notturne presso l’Ospedale di Loreto, il tutto evidenzia una lontananza dai due centri abitati per dodici ore al giorno. Al contempo, l’ambulanza infermieristica per il servizio notturno è ubicata ad Osimo con copertura di un vasto territorio che va da Osimo ad Offagna, a Montoro, a Castelfidardo, all’autostrada A14 casello di Loreto-Ancona Sud, Filottrano, Numana, Sirolo, Massignano e viceversa per il giorno.

Nello specifico dell’automedica – nel servizio notturno ubicata a Loreto – si deve coprire un territorio, oltre a quello di Loreto, anche di Osimo, dell’Autostrada A14 (Ancona sud e casello di Loreto), Castelfidardo, Numana, Sirolo e, nel caso quella di Recanati si trovi fuori, anche Recanati stessa e Porto Recanati.

Loreto – Gianluca Castagnani della lista civica SiAmo Loreto 

Castagnani, nella mozione della Civica loretana capeggiata da Cristina Castellani, ha sottolineato inoltre il fatto che la posizione di confine della città di Loreto garantisce anche la postazione di Recanati quando l’automedica di quest’ultimo comune è già fuori per un’emergenza. Il problema più grande si verifica quando entrambe le postazioni devono ospedalizzare, partendo dal presupposto che dal 2014 il presidio di Loreto non accetta più pazienti provenienti con ambulanze e l’Ospedale di Osimo, vista l’ultima trasformazione, ha i suoi limiti amministrativi ed i pazienti vengono portati prevalentemente negli Ospedali Inrca di Ancona e Ospedali Riuniti/Salesi, lasciando il territorio scoperto per più di un’ora.

Il capogruppo regionale Giacomo Rossi aggiunge inoltre che le postazioni territoriali di emergenza sanitaria (PoTES) devono garantire un intervento entro 8 minuti in area urbana e 20 minuti in area extraurbana (in altre regioni questi ultimi sono stabiliti in 15).

Nella mozione regionale, pertanto, Rossi chiede prioritariamente l’isitutuzione di un’altra automedica a supporto del vasto bacino di utenza della bassa Valmusone (Osimo, Loreto, Castelfidardo, Numana, Sirolo, Filottrano e altri), al fine di garantire la copertura per tutti (e sono tanti) i Comuni che attualmente sono interessati dall’intervento di una sola automedica.

Intanto, a Loreto ieri sera è stata approvata all’unanimità la mozione della lista Civica SiAmo Loreto che si ispira alle Civiche regionali di Giacomo Rossi, con la quale: «anche con l’apporto di emendamento della Maggioranza – affermano Cristina Castellani e Gianluca Castagnani – si chiede all’assessore regionale alla Sanità l’istituzione di un servizio di automedica aggiuntiva 24 ore su 24 per l’Ospedale di Loreto».

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Adriano Olivetti e Brunello Cucinelli ʽpezzi uniciʼ

Fino a che punto il Covid-19 cambierà il mondo?


Camerano, 14 novembre 2020 – Ieri, durante l’ormai consueto appuntamento pomeridiano in video-chat con l’amico Nicola Evoli dal Minnesota (Usa), si è parlato del futuro post Covid delle aziende italiane. Di come sarà inevitabile un cambio di mentalità e di rapporti fra imprenditore e dipendenti; fra imprenditore e mercati, fra le stesse aziende.

Lui, Nicola, a sostenere l’inevitabilità della trasformazione. A ribadire, io, che una volta distrutta la bestia e tornati ad abbracciarci come se nulla fosse stato, non cambierà un bel niente: l’imprenditore continuerà a rincorrere il profitto mettendolo al centro dei propri obiettivi primari, l’operaio continuerà a guardare al suo titolare come al padrone. Gli farà i complimenti di circostanza fino a quando lo stipendio sarà garantito e lo attaccherà e lo denigrerà quando la busta a fine mese non arriverà più.

Sta nell’ordine delle cose da sempre, dal tempo dei Faraoni e dei Romani, dal tempo del latifondo e della rivoluzione industriale, dal tempo della Fiat del capostipite Agnelli fino alla Tod’s dei Della Valle di oggi, della Luxottica di Del Vecchio, della dolciaria Ferrero dell’omonima famiglia. Certo, dai Faraoni alla Ferrero sono passati quattromila anni e più. Dalla frusta e lo sfruttamento indiscriminato iniziale siamo arrivati ai contratti integrativi con benefit aziendali, alle ferie pagate e all’assistenza sanitaria per tutti, ma il padrone è sempre il padrone e l’operaio è sempre l’operaio.

E così sarà per sempre. O almeno, fino a che esisterà l’iniziativa privata e l’economia del profitto. Il Covid-19 è solo una parentesi; un incidente di percorso che va ad aggiungersi inaspettatamente e imprevedibilmente ad altre problematiche aziendali. Attacca gli individui togliendogli l’aria nei polmoni; manda in crisi le economie perché i troppi contagi e le criticità sanitarie obbligano a chiudere le attività, ma questo non inciderà più di tanto sui processi mentali e gestionali di chi fa impresa e di chi deve far quadrare i bilanci, grande o piccola che sia l’attività.

Poi, è vero. Ci sono le eccezioni. Con Nicola si è parlato e parleremo ancora lunedì prossimo di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti, fautore dell’idea che il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità; o come Brunello Cucinelli, il re miliardario del cachemere con azienda a Solomeo (PG), che persegue “il capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali”.

Davvero tutto molto bello, sano e giusto. Ma Adriano Olivetti è morto sessant’anni fa e la sua azienda non c’è più. Brunello Cucinelli invece è sì vivo e vegeto (aggiungo che il fatto sia italiano m’inorgoglisce parecchio), e i suoi miliardi guadagnati onestamente è vero che li sta spendendo per migliorare la condizione della vita umana, dipendenti compresi. Purtroppo, all’orizzonte di Brunello ce ne sono solo due. L’altro che conosco è altrettanto unico e immenso, ma è un vino rosso talmente buono e “carestòso” da essere troppo lontano dalle mie tasche di operaio dell’informazione.

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