Invitiamo i lettori ad interagire con questa rubrica.
Scrivete a Carla Latini (redazione@corrieredelconero.it), ponetele i vostri quesiti culinari; informazioni su ricette, sui professionisti del settore, sulle sane abitudini da seguire a tavola. Soddisferemo ogni richiesta.

Voglia di bellezza?

Basta girare l’angolo: Portonovo, Camerano, Osimo, Filottrano, Loreto

Giugno è arrivato con il suo tenue calore che a breve, salvo sorprese dell’ultimo momento (ormai siamo pronti a tutto e un piumino leggero è sempre sul sedile posteriore della nostra macchina), salirà di temperatura e ci farà venire voglia di vacanze. Voglia di partire. Spesso non si può evadere come si vorrebbe.

Facciamo nostra una bella canzone di Battisti/Mogol che recitava così: chiedere gli opuscoli turistici della tua città e con te passar un giorno a visitar musei, monumenti e chiese, parlando inglese ecc… Un’immagine simbolica da fare nostra in una terra che ci offre tutto. Dove andiamo a cercare un po’ di bellezza insieme ai nostri cari, piccoli o grandi, che siano?

Vamos alla Baia

La baia di Portonovo

La Baia è lei, quella di Portonovo. Con le sue bellezze naturali e artistiche. Con i suoi ristoranti dove mangi vis a vis con il mare. Qualche ora lì sotto con il naso all’insù aspettando che il sole decida di sparire. E quando lui sparisce, rimane il riflesso sulla superficie del mare.

Un aperitivo dove volete voi che sia al Clandestino, piuttosto che alla Capannina, da Giacchetti, da Marcello, al Molo o da Marisa (ho dimenticato qualcuno?) e poi, appagati, potete riprendere la via di casa. Pieni di questa grande bellezza.

Ritorno in me e sono concreta. Giugno è il mese migliore, insieme a settembre, per godere completamente del Monte Conero e delle sue spiagge. Poi diventa ‘alta stagione esagerata’ e noi stanziali evitiamo molto volentieri i week end. Meglio un privilegiato lunedì. Due alici scottadito, due spaghetti con i moscioli. Un Bianchello leggero ed il sole in fronte. Già lo sento. Bambini che giocano felici. Arriva l’estate.

Andar per Grotte

Pochi chilometri e siamo a Camerano. Pochi chilometri ancora e siamo ad Osimo. Quando il caldo di fa sentire una visita alle grotte è sempre una bella idea. Per quelle di Camerano qui con voi gioco in casa. Una scusa per rivederle, se ancora non l’avete fatto, sarà la visita di un amico o di un parente. Predisponete l’animo ad entrare in una fiaba. Dove realtà e leggenda si fondono piacevolmente.

Le grotte di Camerano

Ogni antico palazzo ha la sua grotta. Discreta, sontuosa, trionfale. Con alte volte ben illuminate. Niente paura se soffrite un pochino di claustrofobia.

L’esperienza osimana sarà diversa, per questo motivo vanno visitate entrambe. Bastano due giorni. Il percorso osimano è più un labirinto sotterraneo speculare all’intera cittadina. Collega ogni palazzo importante ed ha sbocchi fuori le mura.

Ritornar a riveder le stelle, dopo queste due visite, sarà un grande piacere. Da appagare sulla terrazza di Camerano bevendo un corposo Rosso Conero o in piazza ad Osimo seduti a rimirare la Fontana con un calice di Verdicchio.

Tornazzano di Filottrano

Qui c’è una chiesetta da poco restaurata che vale il viaggio. È dedicata alla Madonna di Tornazzano. Dove Tornazzano sta per ‘torna sano’. In tempi lontani vi si fermavano i pellegrini che partivano da Jesi e andavano a Loreto.

Interno del Santuario di Tornazzano

Nella chiesa c’è un masso, una pietra ormai levigata dalle tante ‘sedute’ che ogni credente non poteva non fare. Si va a Tornazzano e ci si siede sulla pietra per un po’. Si prega. Si pensa. Lo sguardo vi consiglio di volgerlo alle tre Madonne affrescate dietro l’altare e ai colori del manto di quella accanto alla finestra. Un momento di grande e semplice bellezza dentro un luogo sacro restaurato secondo lo stile di prima. Sobrio. Quasi defilato. C’è la strada vicino ma gli uccellini sul grande albero che protegge la chiesetta si fanno sentire. Da qui a Loreto, se volete, vale ancora il viaggio.

La Loreto che piace a me

Prima di tutto, se ancora non l’avete fatto e quindi siete delle ‘capre’ come direbbe Sgarbi, nel Museo ci sono quadri di Lorenzo Lotto che tolgono il fiato e sospendono il ragionare. Uno, il mio preferito, è l’Arcangelo Michele che scaccia Lucifero. Guardate i volti dei due angeli, i loro capelli, il sapiente uso del pennello che dona la luce nei riccioli di entrambi.

Lorenzo Lotto: San Michele Arcangelo che scaccia Lucifero

Lucifero è più bello di Michele. Michele sembra cercare di trattenerlo e Lucifero tenta di aggrapparsi. Il braccio di Michele è una delle braccia più studiate della storia dell’arte. Esce dal quadro tanta è la forza che sprigiona. Mi sono lasciata andare. Mi succede sempre così con Lotto.

Rimanete a Loreto ed entrate in Basilica. Nella sala della Sacrestia, la Sala del Pomarancio c’è il ‘ciuchino’ (asinello) più celebre della storia dell’arte. L’asinello della fuga in Egitto. Vi fisserà negli occhi e non lascerà mai il vostro sguardo. Due passi per il corso o nel parco faranno felici i vostri bambini.

Aria aperta lontano da cellulari e TV, lo scrivo per tutti, grandi e piccini. In poche righe abbiamo visitato mare, grotte, musei e chiese e tanto altro ancora. A due passi da noi. Abbiamo ancora il tempo di prendere due pezzi di pizza dal Picchio o due piadine da Magritte per una calda cena casalinga.

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
Pane Burro & Marmellata

 

IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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