Attraverso questa rubrica il lettore può liberamente interagire con l’avvocato e proporre argomenti da trattare; porre quesiti in ordine ad accadimenti in materia civile (inter alia diritto del lavoro, societario, famiglia, successioni, fusioni e acquisizioni), e/o penale (arresti, sequestri, diffamazione, abusi e quant’altro). Scrivere a: redazione@corrieredelconero.it

La diffamazione a mezzo stampa

Un atto illecito e non una manifestazione della libertà di pensiero

Corriere del Conero ha richiesto al redattore della rubrica di affrontare temi giuridici di attualità con l’invito a non approfondire tecnicamente gli stessi al fine di renderli più comprensibili a quel lettore medio non avvezzo alle terminologie legali e giuridiche. Alla luce di ciò, questa rubrica non intende rappresentare un parere “pro veritate” o dare suggerimenti o consigli al lettore,ma semplicemente metterlo di fronte alle varie casistiche cercando di rendergliele meno ostiche.  

Il tema trattato è sterminato, sia per l’enorme diffusione dell’informazione attraverso sistemi “classici” (giornali, radio, tv), sia per la notevole implementazione che la rete internet ha dato negli ultimi anni, oltre all’utilizzo dei social network che riprendono, rilanciano e quindi amplificano, la notizia.

Il bene protetto dalla norma (art. 595 c.p.) è l’integrità morale della persona, la dignità della parte offesa.

Tale tutela fuoriesce dalle garanzie di cui all’articolo 21 della Costituzione che attiene alla libertà di pensiero, a tutti garantita, benché circoscritta appunto nel limite della legge penale essendo la diffamazione un atto illecito e non una manifestazione della predetta libertà di pensiero.

Va altresì molto celermente detto come il reato in esame ha sin dagli albori (1948), trovato una regolamentazione che estende sia all’editore sia al direttore la responsabilità penale per non avere vigilato sul contenuto dell’articolo prodotto dal giornalista e irradiato dalla testata.

Anche in tema radiofonico televisivo il legislatore è intervenuto nel 1975, nel 1990 e da ultimo la Cassazione ha equiparato la diffusione in rete alla pubblicazione cartacea o radiofonica/televisiva.

Elemento fondamentale affinché vi sia diffamazione attiene ad una condotta diretta ad una comunicazione, diffamatoria, con più persone.

Quindi se Tizio parla con Caio ledendo la reputazione di Sempronio assente (altrimenti  ci sarebbe – con la presenza dell’offeso – il reato di ingiuria ormai depenalizzato), il reato non è configurabile.

Che cosa succede se un giornalista attende un indagato alla fine di un interrogatorio e chiede a quest’ultimo cos’ha detto al Pubblico Ministero?

In altri termini, se il soggetto intervistato riferisce il contenuto di una conversazione con altri e poi il giornalista riprende, riporta, pubblica quanto detto e tale contenuto lede la reputazione di un terzo, si ha diffamazione aggravata dal mezzo della stampa?

Ebbene, senza entrare nel merito delle dichiarazioni, dando per scontata la carica diffamatoria delle dichiarazioni dell’intervistato, nei confronti dell’intervistato non potrà essersi concretizzata l’ipotesi penale della diffamazione, viceversa se l’articolo è diffamatorio il giornalista risponderà di diffamazione, tanto più aggravata se il fatto è determinato ossia riferito ad una specifica circostanza.

Per comprenderci, nel corso di una trasmissione televisiva il riferirsi nei confronti di un indagato, quand’anche sottoposto a misura cautelare, il rivolgersi con epiteti quali “assassini e bastardi” senza specificare che si tratta di indagini in corso e quindi della presunzione di innocenza dell’indagato, integra un contenuto diffamatorio stante il giudizio di disvalore nei confronti delle persone offese, essendo tale condotta inconciliabile, sia con il diritto di cronaca, sia perché costituente condotta preordinata ad impedire preventivamente ricostruzioni, analisi e giudizi, ma diretta ad un narrato e a valutazioni in chiavi colpevoliste.


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