Castelfidardo – Quando il reddito di cittadinanza crea disoccupazione

Solidarietà Popolare per Castelfidardo critica l’impostazione dello strumento e il modus operandi della Giunta

Castelfidardo – «Il titolo non è una provocazione» spiegano gli esponenti di Solidarietà Popolare per Castelfidardo, in merito al rinnovo del bando per il reddito di cittadinanza emanato dal Comune (Corriere del Conero, 7 marzo: “Reddito di cittadinanza locale, domande entro il 30 marzo”, ndr).

E spiegano l’antefatto. «Una cooperativa che gestisce un servizio in una struttura comunale di Castelfidardo ha pensato di licenziare un’addetta regolarmente assunta, per sostituirla con un’altra aderente al più economico “Reddito di cittadinanza”. Fatto gravissimo e che avrà ripercussioni legali con tanto di causa in tribunale».

Castelfidardo – Il gruppo di Solidarietà Popolare al debutto in Sala Consiglio nel 2015

Quello che vuole sottolineare Solidarietà Popolare è che: «Il reddito di cittadinanza così concepito, in pratica senza vincoli sotto questo aspetto per le aziende che lo utilizzano, va subito corretto».

Insomma, questo strumento nato per intercettare nuovi posti di lavoro (per i costi eccessivi opportunità offerta a 37 persone), sta mettendo in mostra le prime criticità. «Saremo curiosi di sapere se anche le altre quattro assunzioni sbandierate dal nostro Sindaco, siano il frutto di un meccanismo tanto machiavellico».

Chi ha perso il lavoro va sicuramente aiutato a reinserirsi, sostengo in SPC, ma questo non può avvenire a discapito di chi già lavora. «Per questo chiediamo che il nuovo regolamento, già pubblicato anche se non condiviso con nessuno, tantomeno con la consulta economica della quale, a questo punto, non comprendiamo l’utilità, venga portato nelle apposite commissioni».

In coda al proprio intervento sul reddito di cittadinanza, SPC non fa mancare una vena di polemica nei confronti della nuova Giunta pentastellata che, a loro dire: «continua ad adottare provvedimenti anche importanti (come l’adesione al progetto Sprar, il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) senza condividerne le tematiche e l’impostazione né con l’opposizione, né con le realtà del territorio. Tutto blindato. Regolamento, criteri, nulla che sia condiviso. Alla faccia della condivisione tanto sbandierata».

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

FNSI: ecco a voi l’Informazione italiana!

La denuncia, fatta a pagamento, del sindacato dei giornalisti


17 ottobre 2021 – Oggi, sui principali quotidiani nazionali, la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), ha pubblicato – a pagamento – una denuncia su quella che è la situazione in cui versano i giornalisti e l’informazione in Italia. Di seguito, il testo integrale:

Il diritto dei cittadini a essere informati è sotto attacco. I giornalisti sono nel mirino di organizzazioni criminali e neofasciste. Vengono quotidianamente intimiditi, minacciati, picchiati per via del loro lavoro.

Una crisi senza precedenti mette in ginocchio il settore dell’editoria. L’occupazione è sempre più precaria. Migliaia di giornalisti sono costretti a lavorare senza diritti, senza tutele, e con retribuzioni indegne di un Paese civile.

Governo e Parlamento dimenticano l’articolo 21 della Costituzione. Non vogliono fermare le querele bavaglio. Non vogliono norme per l’equo compenso e per contrastare il precariato.

Lasciar affondare l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani significa dare il via allo smantellamento progressivo dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione, pilastro di ogni democrazia. Governo e Parlamento non lascino morire l’informazione italiana”.

Intanto, non è assurdo che FNSI (sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani che, a loro nome, stipula con le organizzazioni datoriali dei vari settori dell’informazione i contratti collettivi nazionali di lavoro giornalistico), per una tale denuncia debba pagare uno spazio sui giornali?

Poi, diciamocelo: la denuncia, sacrosanta, purtroppo vera, dai contenuti più che condivisibili, arriva con grave ritardo ad accusare un sistema in atto nel Paese da almeno vent’anni. Certo, meglio tardi che mai, ma adesso la Federazione, in quanto sindacato, si dia una mossa con azioni concrete per sovvertire l’andazzo: non bastano le parole di denuncia, occorrono i fatti!

Articolo 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

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