Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

La volontà di limitare a pochi la Baia di Portonovo

Il Comune di Ancona anziché investire risolve i problemi pensando al numero chiuso

Ancona, 5 settembre 2020 – La notizia è fresca di stampa ed è di quelle che fanno rizzare i peli sulle braccia. Con l’emergenza coronavirus, i Comuni balneari hanno necessariamente dovuto organizzare l’ingresso alle spiagge libere con la prenotazione obbligatoria dei posti per evitare assembramenti, attraverso l’utilizzo di apposite applicazioni e procedure. Lo ha fatto anche il Comune di Ancona che adesso, visti i risultati, nei confronti della Baia di Portonovo sarebbe intenzionato a confermare la prenotazione obbligatoria anche per i prossimi anni. Che ci sia o non ci sia più l’emergenza Covid-19.

Un’idea scellerata che cozza inevitabilmente contro la libera fruizione delle spiagge da parte dei cittadini e dei turisti. Una volontà che sa di privatizzazione di un luogo destinato per sua natura alla fruizione di tutti. Perché l’habitat di Portonovo non appartiene a nessuno se non ai suoi fruitori, e deve essere disponibile e godibile per chiunque. Non solo per quegli anconetani che lo considerano il loro porticciolo privato e che si accontentano egoisticamente di tenerlo così com’è, perché non hanno la capacità d’immaginare quello che potrebbe essere.

La Baia di Portonovo

Non è certo limitandone l’accesso che il Comune di Ancona può pensare di risolvere le problematiche della Baia. Se passasse questo principio, nel breve periodo si arriverebbero a chiudere o a limitare gli ingressi in realtà come Piazza del Papa, il Passetto, il Monte Conero in generale. Neppure a Capri hanno avuto il coraggio di mettere in atto una simile sciocchezza, e lì erano gli operatori economici e turistici a chiederlo, stufi delle orde di visitatori che giornalmente sbarcano sull’isola senza spendere un centesimo in bar, ristoranti e negozietti vari.

Portonovo è un gioiello d’inestimabile valore naturalistico che non è stato mai valorizzato. Se fosse ubicato in Liguria anziché nelle Marche, sarebbe da tempo una macchina inesauribile produttrice di profitti inimmaginabili per chi vi opera, e un paradiso in terra per chi ne fruisce come turista. Il tutto, sempre nel rispetto della sua peculiarità e dell’ambiente incontaminato che lo circonda.

Oggi, dal momento che tutto il mondo ci vuole andare, non è altro che un bell’imbuto strozzato e anche un po’ sporco e maltenuto, che produce miriadi di problemi di viabilità e di fruizione delle spiagge a pagamento: nient’altro che strette lingue di sabbia spesso inagibili se il mare ingrossa.

Andrebbero investiti denari per allargare le spiagge, per costruire un molo capace di garantire attracchi di piccolo o medio cabotaggio, andrebbero potenziati i parcheggi perché lo spazio c’è, andrebbe formata verso l’alto un’offerta turistica che se in alcuni casi è già di ottimo livello in altri lascia un po’ a desiderare. E tutto questo si potrebbe realizzare senza minimamente intaccare o snaturare l’habitat in essere. Insomma, occorrerebbe avere una visione turistica di sviluppo dell’intera area che oggi non c’è.

Manca la volontà di migliorarsi che, peraltro, manca in buona parte della regione. Ed è un peccato perché questa incapacità dei nostri governanti, in parte, tarpa le ali agli operatori che s’impegnano ogni giorno all’interno di un contesto naturalistico di meravigliosa bellezza che tanti c’invidiano. Dunque, caro Comune di Ancona, la parola d’ordine non è limitare gli accessi alle nostre bellezze a pochi, ma lavorare usando il cervello per trovare i fondi necessari per garantire gli accessi a tutti. Anche a Portonovo.

© riproduzione riservata


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

FNSI: ecco a voi l’Informazione italiana!

La denuncia, fatta a pagamento, del sindacato dei giornalisti


17 ottobre 2021 – Oggi, sui principali quotidiani nazionali, la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), ha pubblicato – a pagamento – una denuncia su quella che è la situazione in cui versano i giornalisti e l’informazione in Italia. Di seguito, il testo integrale:

Il diritto dei cittadini a essere informati è sotto attacco. I giornalisti sono nel mirino di organizzazioni criminali e neofasciste. Vengono quotidianamente intimiditi, minacciati, picchiati per via del loro lavoro.

Una crisi senza precedenti mette in ginocchio il settore dell’editoria. L’occupazione è sempre più precaria. Migliaia di giornalisti sono costretti a lavorare senza diritti, senza tutele, e con retribuzioni indegne di un Paese civile.

Governo e Parlamento dimenticano l’articolo 21 della Costituzione. Non vogliono fermare le querele bavaglio. Non vogliono norme per l’equo compenso e per contrastare il precariato.

Lasciar affondare l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani significa dare il via allo smantellamento progressivo dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione, pilastro di ogni democrazia. Governo e Parlamento non lascino morire l’informazione italiana”.

Intanto, non è assurdo che FNSI (sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani che, a loro nome, stipula con le organizzazioni datoriali dei vari settori dell’informazione i contratti collettivi nazionali di lavoro giornalistico), per una tale denuncia debba pagare uno spazio sui giornali?

Poi, diciamocelo: la denuncia, sacrosanta, purtroppo vera, dai contenuti più che condivisibili, arriva con grave ritardo ad accusare un sistema in atto nel Paese da almeno vent’anni. Certo, meglio tardi che mai, ma adesso la Federazione, in quanto sindacato, si dia una mossa con azioni concrete per sovvertire l’andazzo: non bastano le parole di denuncia, occorrono i fatti!

Articolo 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

© riproduzione riservata


link dell'articolo