Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Quel rospo che agli inglesi proprio non va giù

La supponenza dei tifosi d’oltre manica che hanno perso la faccia e la dignità sportiva

14 luglio 2021 – E così, nel calcio, siamo Campioni d’Europa. Sono tre giorni che lo stiamo festeggiando. Lo siamo diventati nonostante il falso antirazzismo, la spocchia, la maleducazione diffusa dei tifosi inglesi. Che gli siano girate le scatole è comprensibile: perdere il titolo continentale a casa propria, a Wembley, contro i pizzaioli con mandolino per antonomasia, per loro non era accettabile. Uno smacco indicibile; un boccone troppo amaro da mandar giù.

E invece l’hanno dovuto ingoiare tutto quel rospo così viscido e doloroso. Ma siccome gli inglesi hanno dimenticato da un pezzo quel che significa essere nobili signori, principino compreso, il rospo gli è rimasto a mezza gola e, per non soffocare del tutto, hanno pensato bene di perdere la faccia, l’orgoglio e l’onore di fronte al mondo intero. Come? Bè, l’hanno visto tutti in mondovisione: i tifosi, sputando e calpestando il tricolore nel pre-partita (foto) e poi, nel post, lasciando lo stadio senza aspettare la premiazione; i giocatori, sfilandosi dal collo la medaglia d’argento un attimo dopo che gli era stata consegnata.

Lo fanno in tanti per via della frustrazione? Problemi loro. Non si fa e basta. Si chiama rispetto. Gli italiani non l’hanno mai fatto, che ricordi. E a dimostrare ai cafoni inglesi come si perde con onore e dignità ci aveva pensato qualche ora prima, sempre domenica, Matteo Berrettini dal campo in erba del tempio del tennis. Persa a testa alta la finale di Wimbledon (a un tiro di schioppo dallo stadio Wembley) contro l’immenso Novak Djocovick, l’italiano, con classe immensa, umiltà e il sorriso sulle labbra, ha reso omaggio al vincitore dicendogli che stava scrivendo la storia del tennis.

Lo sport insegna a rialzarsi quando cadi. Insegna ad accettare allo stesso modo le vittorie così come le sconfitte. ma soprattutto insegna ai vincitori ad avere rispetto dei perdenti e viceversa, e non solo perché domani i ruoli potrebbero invertirsi. Si chiama essere uomini, significa dignità, una finale di un torneo di calcio, seppur di grande prestigio, non è mica la terza guerra mondiale! E domenica 11 luglio, a Wembley, di questo genere di uomini sugli spalti inglesi o nella squadra England non se ne sono visti.

L’odio verso gli italiani (perché alla fine di questo si tratta oltre alla supponenza), gli inglesi se lo portano dietro da secoli. Ricordo un viaggio a Londra qualche decennio fa. Il tassista che mi accompagnò in albergo, per tutta la durata del tragitto non fece che insultare gli italiani dicendo di loro (di noi) le peggiori cose. Bontà sua che non capii una parola. Quel che ci vomitò addosso me lo tradusse chi mi accompagnava ma dopo, quando ormai il deficiente se n’era andato.

Alla luce di quanto accaduto la scorsa domenica, sono contento che l’Inghilterra sia uscita dall’Unione Europea, e ancor più contento che a dargli una sonora lezione di calcio sia stata l’Italia. E spero ardentemente che quel tassista abbia assistito alla partita.

Forse, l’Italia del ct Mancini non è il team di calcio più forte in Europa, ma in quanto a stile, classe, fair play, cuore, spirito di sacrificio è nettamente superiore a quello dell’Inghilterra. I tifosi italiani non sputano sulla bandiera degli avversari, e quando l’Italia perde piangono e si disperano ma stanno lì, fino alla fine, ad onorare i vincitori. Perché se dallo sport, così come dalla vita, togli il rispetto verso chi ti ha battuto lealmente, allora significa che non hai rispetto neppure per te stesso o per la causa per cui hai lottato.

Siamo Campioni d’Europa e, per dirla alla Bonucci, gli inglesi ne devono mangiare ancora tanta di pastasciutta… Anche perché, e questa è un’altra lezione dello sport alla quale non si potranno sottrarre, prima o poi capiterà un’altra Italia-Inghilterra e… sono davvero curioso di vedere con che facce i sudditi di Sua Maestà scenderanno in campo!

© riproduzione riservata


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

© riproduzione riservata

 


link dell'articolo