Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Primo Maggio, lavorare per morire

Una Festa dei Lavoratori con il lutto al braccio

Camerano, 1° maggio 2022- Ritorna in presenza anche la Festa dei Lavoratori, gravata da una pandemia che persiste nonostante – da oggi – sia stata decretata la fine del Greenpass e delle mascherine; e da una guerra che non ci appartiene ma che con qualche ipocrisia di troppo combattiamo e subiamo comunque.

Mi scoccia assai citarmi addosso, anche perché significa che quel che condannavo al tempo non è affatto mutato, ma tant’è. A proposito del Primo Maggio, dei lavoratori e dei sindacati, nel 2014 scrivevo:

«Quello che più mi disturba, oltretutto, è che i sindacati continuino imperterriti a organizzare il concertone in Piazza S. Giovanni a Roma… quello sì che sono bravi a organizzarlo! Ma ‘suona’ come l’ennesima beffa da parte di chi dovrebbe lottare in prima linea per assicurare un lavoro a tutti. E sai quanti saranno oggi i disoccupati che balleranno in Piazza S. Giovanni? Parecchi! Ma il giorno successivo sarà uguale al giorno prima.

Se solo avessero il coraggio di usare la stessa energia e lo stesso spirito d’aggregazione per cambiare questa davvero poco incisiva classe dirigente, sia politica sia sindacale… Dov’è l’uomo di un tempo, quello capace di dare la vita per un ideale, o di spenderla tutta per inseguire un sogno di libertà, di dignità e di rispetto?»

Sono passati otto anni da questa riflessione che purtroppo è ancora attualissima. Come scrissi allora, “Che ci sia una celebrazione del lavoro e dei lavoratori, va benissimo. Sacrosanto! Ma non con milioni di disoccupati alle spalle e davanti a noi. Dare loro un sussidio, un aiutino, un reddito mensile di Stato oggi è una necessità. Lo fanno tutti gli Stati occidentali. Ma non è da lì che passano la dignità e il rispetto di un lavoratore, condizioni raggiungibili davvero solo attraverso un posto di lavoro a tempo indeterminato e pagato il giusto.

Quegli operai delle lotte sindacali degli anni ’50, ’60 ’70 e ‘80, e quei sindacati, che in parte ho vissuto in prima persona, oggi non esistono più. Al loro posto c’è gente impaurita e rassegnata, o capi confederati che più che alla lotta di classe pensano alla loro liquidazione miliardaria”.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere? In questo 2022 sarebbe più corretto scrivere “lavorare per morire”: da gennaio ad oggi sono oltre 400 le vittime sul lavoro (dato Inps che comprende anche quelle morti di lavoratori non iscritti all’Istituto e dunque non rientranti nella statistica ufficiale), ma sarebbero di più se si conteggiassero anche le morti dei lavoratori in itinere, quelle cioè di chi ha perso la vita in un incidente stradale mentre si recava sul posto di lavoro o tornava a casa dopo un turno faticoso se non massacrante.

Ecco, per me il Primo Maggio è questo, non quello di Piazza San Giovanni a Roma. E sia chiaro, non ce l’ho con gli artisti che si esibiranno sul palco, o con i lavoratori che canteranno con loro sotto il palco, alla loro resistenza farei un monumento. Quel che mi è difficile accettare è questo status quo fatto di “chiacchiere e distintivo”. Chiacchiere di denuncia che non risolvono e distintivo che eleva e divide in buoni e cattivi, in ricchi e poveri dove a morire sono sempre e solo i poveri.

Buon Primo Maggio a tutti quei lavoratori a tempo determinato, a chiamata, precari, sottopagati, non di ruolo, stagionali. Buon Primo Maggio agli schiavi extracomunitari che raccolgono pomidoro. Buon Primo Maggio a chi un lavoro non ce l’ha e a chi un lavoro serio e dignitoso non glielo dà.

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di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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