Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Perché Sanremo 2022 è… Mahmood e Blanco

Quell’alchimia prodotta dai cantanti che va sempre rispettata

Camerano, 6 febbraio 2022 – Ne ha parlato l’italico mondo e anche più, in questi giorni. Il sottoscritto lo fa a bocce ferme, a risultati acquisiti, a riflettori spenti. Anche perché se su 24 milioni di abbonati (costretti) alla Rai, oltre il 60% l’ha seguito (mal contati, 15 milioni) qualcosa vorrà pur dire. Sto parlando, ovviamente, di Sanremo e del suo settantaduesimo Festival della canzone italiana.

Nella settimana appena trascorsa non s’è parlato d’altro o quasi sui social, alla faccia di quelli che ci tengono a sottolineare “io Sanremo non lo guardo”; “sono anni che non guardo il festival, che malattia ho?”, quasi a farsene un vanto. Dichiarazioni inutili e anche un po’ fuori luogo: esiste il telecomando e un cervello, se attivi quest’ultimo decidi tu cosa guardare e cosa non guardare in tv. Non è che se scegli di seguire “Tali e Quali” di Carlo Conti anziché l’”Ulisse” di Alberto Angela devi per forza sentirti un cretino né, tantomeno, devi sentirti in dovere di sottolineare sui social che l’ultima puntata di Angela l’hai persa perché avevi il pargolo a letto con la febbre…

Torniamo al Festival, che seguo ininterrottamente da sessant’anni e, lo giuro sul mio cane, questo interesse non ha minimamente leso le mie capacità cerebrali, o il mio sviluppo intellettivo, o le mie scelte esistenziali. Semmai, per qualche strana alchimia, le ha arricchite. Sia chiaro, ognuno è libero di seguire quel che gli pare, e di giudicare i personaggi pubblici e gli artisti (entro il lecito e la buona educazione). Purché non si arrivi all’odiatissimo: “Io il festival non l’ho visto, però quella roba lì Achille Lauro se la poteva anche evitare”.

Gli artisti… in questo caso i cantanti, già… Gente strana, eccentrica, piena di ego e di fragilità; trasgressivi, ruffiani, irrispettosi, dannati, blasfemi, mutanti, abitanti di un mondo parallelo che non appartiene alla quotidianità di chi ogni giorno si alza alle sei del mattino per guadagnarsi la pagnotta…

Nel cono d’ombra proiettato dagli artisti, quello fatto di mille sfumature di grigio che il pubblico non vede quasi mai, si cela un duro lavoro e una sofferenza indicibile dove l’unico attimo felice è dato dall’orgasmo cerebrale prodotto dall’intuizione iniziale. Ma è un attimo, seguito dal sudore e dalla fatica del lungo lavoro necessario a sviluppare quell’intuizione, a renderla concreta, consumabile. Un lavoro fatto di gavetta, mestiere, bravissimi artigiani del suono e degli arrangiamenti. Gente pratica, capace, con la propria professionalità, di rendere fruibile e consumabile quell’istante astratto scaturito dall’anima e dal cuore di chi l’ha innescato.

Un’alchimia che non ha regole precise. Una magia che vale per tutti gli artisti, anche per quelli che non ti piacciono, che non capisci e che non accetti più per limiti tuoi che per loro incapacità. Un’alchimia che va rispettata, sempre! E chi non lo fa dimostra di non conoscere affatto quel che c’è nel grigio del loro cono d’ombra.

Ah, Sanremo 2022 l’hanno vinto Mahmood e Blanco con “Brividi” (foto), seconda Elisa con “O forse sei tu”, terzo Gianni Morandi con “Apri tutte le porte”. Onore a loro – tre diverse generazioni rappresentate – e agli altri 22 cantanti che si sono esibiti sul palco dell’Ariston. Adesso, “Zitti e buoni”, aspettando la settantatreesima edizione del Festival di Sanremo probabilmente ancora targata Amadeus.

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di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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