Il destino dei tonni: intervista a Paolo Fileni

Indaffarato, pungente e ironico il direttore del Corriere del Conero ci racconta di sé e del suo ultimo romanzo

 

Camerano, 20 novembre 2018 – Paolo Fileni, 64 anni, sposato con Silvana e direttore della testata online Corriere del Conero che ci ospita, vive a Camerano da nove anni. Marchigiano doc – è nato a San Marcello – è “tornato a casa” dopo una parentesi di 48 anni trascorsi a Torino.

Ha scelto di vivere a Camburan perché, come dice lui: “sta a metà di tutto e mi ricorda il paese di collina dove ho vissuto in Piemonte”. Da qui, ha diretto il magazine Biancorossoancona all’epoca del presidente Marinelli, ha concepito Corriere del Conero e terminato la stesura del suo ultimo romanzo Il destino dei tonni; pubblicato in ristampa e in formato e-book da CdC Editore.

Camerano – Paolo Fileni

Di cosa si occupa, Paolo Fileni?

Di troppe cose: dirigo e scrivo articoli su Corriere del Conero; ho la responsabilità di CdC Editore; ho la presunzione di scrivere romanzi; ho una moglie che si lamenta perché non ho più tempo per ascoltarla e due volte al giorno, sette giorni la settimana, dedico un’ora alle uscite di Totò, il mio cane/socio; non scriva il contrario, suonerebbe offensivo.  

Come sono nati questi suoi interessi?

 Domanda impegnativa, ce l’ha una mezza giornata di tempo? Ho iniziato a scrivere racconti e poesie a tredici anni, di nascosto. E non ho più smesso. Era qualcosa che mi scaturiva da dentro, un bisogno, quasi un piacere fisico. Non ci si inventa scrittori, è qualcosa che hai nel dna. Nessuna scuola diploma scrittori, al massimo affina la tecnica, trasmette qualche trucco, ma se non hai quel… dono?, non fai molta strada. Negli anni ho avuto la fortuna di trasformare quel piacere giovanile in professione. Ma siccome in Italia di sola scrittura non si vive, ecco la scelta di fare il giornalista e l’editore.

Ma come, in Italia scrivono tutti…

E questo spiega il basso livello letterario che si registra da noi. A parte una decina di firme davvero in gamba, il resto non ha granché da dire e quel che scrive potrebbe farlo meglio. Tanta gente sa tenere la penna in mano e produrre buoni lavori, pochi quelli davvero in gamba. Che invidio. Poi, a che servono i bravi scrittori se in Italia nessuno li legge?

Qualche nome?

Non lo farei neppure sul letto di morte.

Un giudizio piuttosto severo, il suo…

Obiettivo e schietto, direi. Più che altro, scevro da ogni interesse o intellighenzia più o meno dichiarata. Me lo posso permettere perché sono vecchietto, e non sono allineato con nessuno, né ho bandiere da sventolare.. ma vorrei parlare del mio romanzo.   

Ubbidisco. Come nasce Il destino dei tonni?

È frutto di una vacanza in Sicilia fra Palermo, Agrigento, Marsala e Trapani; dove scoprii dal vivo la mitica figura del rais, il capo incontrastato della tonnara. Scoprii, tra l’altro, che non esisteva nulla di scritto del suo sapere da sciamano del mare, e così mi misi in testa la folle idea di scrivere una storia su questa figura ormai estinta.   

Non dev’essere stato semplice, lei non è siciliano

No (sorride), sono marchigiano purosangue. Padre, madre, nonni, bisnonni marchigiani. Ma ho vissuto quasi cinquant’anni a Torino, e questo mi ha permesso una formazione e una visione del mondo diversa. Non dico migliore, semplicemente diversa. Anche se ne ho preso coscienza solo dopo aver lasciato il Piemonte. Il destino dei tonni è un romanzo che mi ha impegnato per molti anni. Ha richiesto diversi viaggi in Sicilia per le ricerche, il lato più complicato e impegnativo. Dopo, aggiungendo una spolverata di storia, una manciata di mafia, un pizzico di una storia d’amore e l’eroe della situazione, l’intreccio è venuto fuori da sé.

A sentirla parlare, scrivere un romanzo sembrerebbe meno complicato di com’è

In fondo, se hai mestiere, non è poi così difficile. Come per tutti i lavori di questo mondo, una volta che li sai praticare la cosa più impegnativa è alzarsi tutte le mattine sapendo che lo devi fare. Senza se e senza ma. La mente è talmente subdola che ogni giorno trova mille scuse per convincerti a rimandare l’impegno a domani. Occorre rigore, e conoscere un paio di trucchi.

Dove sta andando il mondo?

Dove lo sta portando l’inerzia dello sviluppo tecnologico: una via obbligata cui nessuno potrà sottrarsi. Non so minimamente che fine farà e se la strada intrapresa è quella giusta. E sono troppo vecchio per poter vedere il risultato. Quel che so è che non mi piace la perdita di valori che l’individuo sta lasciando, oggi, lungo il percorso. È in atto un grosso cambiamento a livello socio-culturale, e ogni rivoluzione del genere pretende uno scotto da pagare, se il prezzo è la maleducazione e la perdita di valori e cultura, non mi piace. Mi creda, i vincisgrassi che faceva mia nonna oggi non li fa più nessuno!

I suoi hobby?

Ormai, portare a spasso il cane e seguire la Juve in tv al circolo Camerano Bianconera. Non leggo quasi più, ma non perché mi sia rincoglionito o non m’i interessi, semplicemente perché non ho tempo e sono stanco. Quando ci provo, dopo mezza pagina mi addormento. Però, ci terrei a terminare il seguito de Il destino dei tonni, vedremo.

Il suo piatto preferito?

Sono tanti, quando ben cucinati. Ma la stupirò: spigola al forno con olive e patate e risotto al pomodoro. Quando leggerà questo, mia moglie si farà una gran risata!


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
Pane Burro & Marmellata

 

IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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