Ancona – Comes festeggia i suoi primi 50 anni

Super ospite il ct della nazionale di volley femminile Mazzanti

Ancona, 16 marzo 2019 – «Ci sono molte analogie tra il mondo della pallavolo e quello dell’impresa: in entrambi serve la visione, il lavoro di squadra e la sfida continua, prima di tutto con se stessi».

Un discorso emozionante e carismatico quello del coach della nazionale azzurra di volley femminile, vice campione del mondo, che è stato ospite dell’azienda Comes di Via della Montagnola in occasione del cinquantesimo anniversario dalla fondazione. Davanti ad una platea formata da dipendenti, clienti, fornitori e i vertici della società, Mazzanti ha parlato per circa mezz’ora ripercorrendo le tappe salienti del suo percorso professionale e infondendo nella squadra Comes grinta e coraggio, esattamente come avrebbe fatto con le sue pallavoliste.

«Il difetto più grande dei sogni? – ha detto Mazzanti – È che ti gratificano nel momento in cui si realizzano e ti motivano in base a quanto li senti vicino. Invece il desiderio è il vero motore che ti accompagna sempre».

Da sx: il ct Mazzanti e Giovanni Pierfederici socio Comes

Davanti a Giovanni Pierfederici, uno dei soci di Comes, azienda che opera a tutto tondo nel settore arredamento con sede ad Ancona e Senigallia, il ct, 43enne originario di Fano ha concluso il suo intervento con un augurio speciale: «Siate autentici, non copiate lo stile degli altri perché non esiste uno stile vincente in assoluto. Ognuno deve trovare la propria strada, è lì che risiedono tutte le intuizioni. Non rincorrete il successo a tutti i costi, datevi il diritto di sbagliare: perdere è normale, vincere è speciale».

 

redazionale


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

I riti del Natale per scacciare le solitudini

Luminarie, alberi di Natale, presepi e pranzi in famiglia


Camerano, 8 dicembre 2022 – Ma cos’è che davvero ci spinge l’8 dicembre a decorare le nostre case con luminarie sulle siepi o sulle ringhiere dei balconi, alberi di Natale e presepi? Cosa ci muove davvero, quando corriamo per negozi con la lista dei regali da fare a mogli, mariti, figli, parenti vari, amici, vicini di casa? O, sempre con la lista in mano, ci fiondiamo nei centri commerciali per acquistare una montagna di leccornie che addolciranno e arricchiranno i pranzi della Vigilia, di Natale, di Capodanno?

Certo, c’è chi risolve tutto prenotando un tavolo al ristorante, ma non è la stessa cosa del passare le festività in famiglia, perché al ristorante certi riti familiari non si possono consumare, e le persone hanno un estremo bisogno di riti. Li cercano, li organizzano, li consumano i riti a seconda delle situazioni per non sentirsi soli. Per sentirsi coppia, famiglia, comunità. Per sentirsi vivi, necessari, per sentirsi amati. E quando ami qualcuno glielo devi dire guardandolo/la negli occhi, sfiorandolo/la con una carezza.

La popolazione mondiale sta per raggiungere gli otto miliardi di esseri umani con, in alcuni casi, sovraffollamenti difficili da gestire. Nonostante ciò, gli esseri umani si sentono sempre più soli – si comportano e vivono, sempre più, coniugando le più svariate forme della solitudine. E forse è proprio per questo che rincorrono e coltivano i riti come quello del Natale, per scacciare – almeno per qualche giorno – quella endemica angoscia prodotta dalla solitudine che non confesseranno mai, ma che si portano dentro dalla nascita nascosta fra l’anima ed il cuore.

Con l’avvento dei social, poi, le solitudini hanno subito un’impennata. Si passa sempre più tempo davanti ad uno schermo e una tastiera, a dialogare con una fotografia. Non si va più per negozi, e regali e prodotti si acquistano nella solitudine di una cameretta scegliendo attraverso un’immagine e confermando l’acquisto con un click. Nessun rumore, nessun odore o profumo, niente scambio di pareri o d’informazioni con un venditore o una commessa, solo un click.

Siamo sempre più maledettamente soli. Più lo siamo, meno accettiamo di confessarlo: difficile trovare le parole per comunicare agli altri un malessere così profondo; forse non esistono parole per dire a voce, guardandosi negli occhi: “abbiamo bisogno di noi, di viverci, di confidarci, di fidarci”. Così, senza parole, esorcizziamo l’angoscia prodotta dalla solitudine affidandoci all’esternazione delle luminarie, all’accensione dell’albero di Natale, all’acquisto dei regali e all’organizzazione di pranzi e cene. Consapevoli, nel profondo, che dopo Santo Stefano la magia svanirà. Ma va bene così. Sappiamo fin troppo bene che la felicità è effimera e dura pochi istanti. Allora, godiamoci questo istante possibilmente in famiglia. Per non sentirsi soli, per sentirsi vivi!

© riproduzione riservata


link dell'articolo