Loreto – Ragaini Radiatori: si va verso lo scontro sindacale

Scarsa la partecipazione dei lavoratori all’assemblea davanti ai cancelli. Si cerca di coinvolgere sindaco e Regione

Loreto – Nella giornata di ieri, martedì 30 maggio, si è tenuta l’assemblea organizzata dai sindacati ed aperta a tutti i dipendenti per decidere come muoversi in merito alla procedura di licenziamento collettivo per 166 dipendenti (1 quadro, 23 impiegati, 142 operai), da parte della  Ragaini Radiatori Spa di Loreto, che produce radiatori in alluminio.

Un momento dell’assemblea dei lavoratori tenutasi davanti ai cancelli della Ragaini Radiatori

Corriere del Conero ha fatto il punto con Danilo Capogrossi, sindacalista della Cisl Fim

Come intendete continuare questa battaglia?

«Di concerto con i lavoratori si è deciso un pacchetto di 20 ore di sciopero ed incontri con il sindaco di Loreto e la Regione Marche, noi non accettiamo il numero di esuberi in quanto si possono trovare ancora soluzioni più logiche ed organiche.

Purtroppo la proprietà non ha mai aperto una trattativa e rimane ferma sulle sue posizioni andando dritta per la sua strada. I lavoratori, la città di Loreto e i Comuni limitrofi –  continua Capogrossi –  forse non si rendono conto della gravità della situazione: 166 famiglie in difficoltà economiche con tutto quello che ne consegue. Anche la politica deve fare la sua parte e speriamo che tutti si facciano sentire, dai sindaci alla Regione».

Danilo Capogrossi, sindacalista Cisl

I termini tecnici prima dei licenziamenti?

«I termini sono legati a quanto previsto dalla legge, c’è una prima fase sindacale che dura 45 giorni dove si cerca una soluzione condivisa con la proprietà, se non c’è nessun accordo si passa alla fase istituzionale che dura circa 30 giorni per chiudersi entro il 5 agosto, sarà un’estate caldissima».

166 esuberi sono tanti, la Ragaini è in grado di coprire finanziariamente i tfr  ed i preavvisi quando ad oggi sono in ritardo con il pagamento delle mensilità arretrate?

«Questa è la stessa domanda che abbiamo fatto alla proprietà nella riunione del 25 maggio in Confindustria. Questo tipo di licenziamento prevede il pagamento del tfr e dei preavvisi di licenziamento che mediamente vanno da due a quattro mesi, non so come riuscirà ad onorarli essendo ad oggi in forte ritardo con le mensilità e con le altre spettanze contrattuali e personali, tipo prestiti a cui i lavoratori hanno avuto accesso. Difficilmente potranno pagare le cifre che ci aspettiamo».

Tra i lavoratori c’è molta preoccupazione sia per il posto di lavoro sia per  l’aspetto economico. Diversi sono rimasti delusi per la relativa poca partecipazione all’assemblea, come sottolineato da un rappresentante  della Rsu: «Tanti non hanno partecipato, forse devono prendere coscienza che la situazione è molto grave. Ho visto pochissime presenze anche tra gli impiegati, poi mi telefonano a casa per sapere cosa è stato detto. Io dico che più siamo meglio è. Questo è il momento di metterci la faccia, tutti! Perché oggi sono 166, domani saranno il restante».

La crisi della Ragaini Radiatori parte da lontano dai primi anni del nuovo millennio con perdita di quote di mercato in Italia ed in Europa, dovute alla crisi edilizia ed ai pochissimi investimenti fatti negli stabilimenti locali per presentare un prodotto diverso e più all’avanguardia. Lo spostamento di parte della produzione in Romania ha fatto il resto.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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