Il professor Matteo Bassetti a Filottrano

Venerdì 10 settembre al cinema teatro Torquis per il Festival osimano del Giornalismo d’inchiesta delle Marche

Osimo, 9 settembre 2021 – Sarà il professor Matteo Bassetti primario della Clinica delle Malattie Infettive al Policlinico di Genova ad aprire venerdì 10 settembre il Festival del Giornalismo d’Inchiesta delle Marche giunto quest’anno alla decima edizione.

Il professor Matteo Bassetti

Il cinema-teatro Torquis di Filottrano che ospiterà l’incontro è già sold out da tempo. Purtroppo, le regole sanitarie legate all’emergenza covid non consentono di ospitare tutti coloro che hanno manifestato l’intenzione di partecipare.

Il professor Bassetti sarà intervistato per l’occasione dai giornalisti Luca Falcetta, volto conosciuto a Filottrano e non solo e da Francesca Piatanesi di RaiNews24. Al termine della serata verrà consegnata una pergamena alla Fondazione Ospedale Riuniti di Ancona onlus per la dedizione del personale sanitario nell’assistenza e cura dei malati Covid, e a RaiMarche per l’impegno messo nell’informare durante i lunghi mesi della pandemia.

Giulio Golia

Il Festival proseguirà poi sabato 18 settembre nella sala convegni della Cgia Confartigianato Imprese Ancona Pesaro e Urbino alla Baraccola con la presenza di Giulio Golia il popolare inviato delle Iene, autore di numerose inchieste giornalistiche di grande spessore e clamore.

L’organizzazione del Festival sta invece cercando di recuperare la serata con Alessandro Sallusti. Il direttore di Libero, infatti, non aprirà giovedì la rassegna perché impegnato per lavoro.

Se non sarà possibile avere Sallusti si sta pensando ad un’altra serata con un tema di grande attualità e interesse. Insomma, il Festival del Giornalismo d’Inchiesta pur tra mille difficoltà continuerà a riservare sorprese.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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