Rassegna Ri-marginiAmo a cura di Abitiamo il bene comune

Primo incontro giovedì 25 sulla precarietà estrema e sui richiedenti asilo. Locali della Biblioteca comunale alle 21.15

L’associazione culturale di Castelfidardo “Abitiamo il bene comune”, dopo aver archiviato il suo primo anno di attività con l’evento dello scorso 4 novembre dedicato al tema del “Dopo di noi”, riparte con nuove proposte.

Giovedì 25 gennaio si terrà il primo incontro della rassegna “Ri-marginiAmo”, che ha ricevuto il patrocinio del Comune. Al centro dell’attenzione vi saranno uomini, donne e bambini che per tante ragioni (perché in crisi personale, perché malati, perché senza lavoro o in altre situazioni di vita precaria) “abitano i margini” e hanno ferite esterne o interiori da “rimarginare”.

Il percorso inizia da chi si trova nella precarietà più estrema, quella provocata dalla guerra. Questo tema verrà affrontato nell’incontro intitolato: “Rifugi ai margini. Uno sguardo a popoli in guerra” che si terrà presso i locali della Biblioteca comunale di Castelfidardo giovedì 25 gennaio alle 21.15.

Queste alcune delle domande alle quali cercheranno di rispondere le relatrici, Lucia Pantella, operatrice umanitaria con Intersos e Save the children, e Valentina Giuliodori, attivista per i diritti umani all’interno dell’Ambasciata dei diritti, sezione di Ancona: “Da cosa fuggono le donne, gli uomini e i bambini che cercano una speranza di una vita migliore in Europa, e che per questo affrontano un viaggio tanto difficile quanto pericoloso? Come si vive in un campo profughi? Chi sono i richiedenti asilo? Perché la protezione è un diritto fondamentale?”

L’incontro prevede la testimonianza diretta di un richiedente protezione internazionale, arrivato in Europa alla ricerca di un futuro migliore.

Avrà spazio anche la questione del ruolo delle organizzazioni umanitarie nelle situazioni di emergenza, nel far fronte ai bisogni di base delle popolazioni colpite dai conflitti, allo scopo di comprendere l’importanza ma anche i limiti delle loro azioni.

Si parlerà infine dell’esperienza di Overthefortress”, una campagna sociale e politica promossa dal Progetto Melting Pot, un’azione collettiva di monitoraggio e d’inchiesta partita nell’agosto del 2015, una campagna ancora oggi attiva lungo le principali rotte migratorie e sui confini interni ed esterni dello spazio europeo.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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