Castelfidardo – 3 novembre: centenario morte soldato Ruffini

Fucilato alla schiena nel 1917 dalla stupidità umana

Castelfidardo – Il 3 novembre ricorre il centenario della morte del soldato Alessandro Ruffini, “vittima della guerra e della stupidità umana”.

Figlio di Giacomo e di Nazzarena Bartoli, nato il 29 Gennaio 1893 nella Parrocchia di Castelfidardo, di condizione militare della 10ª Batteria 34° Reg.to Artiglieria da campagna, fu fucilato crudelmente alla schiena nel 1917 a Noventa Padovana. Il suo nome e il suo sacrificio sono memorizzati nella lapide che nell’atrio del Palazzo Comunale ricorda i caduti della Grande Guerra.

Nell`occasione il Circolo Filatelico e Numismatico F. Matassoli ha concordato con le Poste del Lussemburgo una speciale emissione e francobollo personalizzato che uscirà proprio in data 3 novembre.

Sabato 4, presso la libreria Aleph si svolgerà un incontro con la partecipazione di Tiziano Baldassari, presidente del Centro Studi Storici Fidardensi che ha curato nell`anno 2006 la pubblicazione degli atti del convegno svoltosi l`11 novembre 2005 al Salone degli Stemmi, quando prestigiosi ospiti hanno motivato la riabilitazione del soldato Ruffini ed assistito allo scoprimento della lapide.

Manifestazioni sono previste anche a Noventa Padovana, luogo dell’eccidio, dove va in scena nel locale Auditorium uno spettacolo teatrale dal titolo “Alessandro Ruffini, una fucilazione esemplare” e la commemorazione solenne accompagnata dalla fanfara dei bersaglieri di Padova.

Castelfidardo – da sx: Alessandro Ruffini e il generale Andrea Graziani

Questo l`estratto dai “Quaderni della città di Castelfidardo”- Centro Studi Storici Fidardensi.

Ma che cosa era successo di specifico alle ore 16 di quel 3 novembre 1917  a Noventa Padovana?
Riprendiamo da un articolo scritto il 29 luglio 1919 sul giornale socialista L`Avanti questa dolorosa testimonianza:

“Il generale Andrea Graziani di passaggio per Noventa di Padova il 3 novembre 1917 alle ore 16.30 circa, vede sfilare una colonna di artiglieri di montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca.
Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona.
Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati.
Il generale infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quel che mi piace” e per provarlo fa buttare contro il muricciolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente, tra le urla delle povere donne inorridite.
Poi ordina al tenente colonnello Folezzani del 28° artiglieria campale, di farlo sotterrare: “È un uomo morto d`asfissia” e salito sull`automobile, riparte.
Il tenente colonnello non ha voluto nel rapporto porre la causa della morte.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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