Attraverso le macerie… per ricostruirsi comunità

I drammi del sisma raccontati dalle foto di Claudio Colotti

CastelfidardoAttraverso le macerie per ricostruirsi come comunità: questo il titolo dell’Incontro organizzato dal gruppo Adulti di Azione Cattolica di Castelfidardo giovedì 10 maggio alle ore 21.30 presso la sala convegni di via Mazzini (ex cinema).

L’idea nasce dalla voglia dell’Associazione di regalare un momento di riflessione a tutta la città in occasione della Festa dei Santi Patroni, sui temi affrontati nel corso dell’anno: la capacità di far fruttare i propri talenti a servizio degli altri e la necessità di riscoprire l’importanza di essere comunità.

Castelfidardo – Alcuni scatti di Claudio Colotti

Per fare ciò è stato invitato il fotoreporter e giornalista Claudio Colotti di Pollenza, che ha vissuto per 3 mesi una toccante esperienza nelle aree del centro Italia colpite dal sisma, fotografando volti, luoghi e macerie, il quale racconterà, attraverso i suoi scatti, il dramma e la grande umanità delle persone che ha incontrato.

Parallelamente verrà anche allestita presso l’atrio del Palazzo Comunale la mostra fotografica “Mai+ il sisma tra volti e macerie”, in collaborazione con l’Associazione “Marchebestway”, che con Colotti sta raccogliendo fondi da destinare ad alcuni dei Comuni marchigiani più colpiti.

La mostra verrà inaugurata nel pomeriggio di giovedì 10 maggio, alle ore 19, e rimarrà aperta fino a domenica 27 maggio. «Ci tenevamo come associazione a dare un segnale alla città – spiega il Presidente dell’AC parrocchiale Giuseppe Rizzioffrendo un’occasione per riflettere, per non dimenticare e per farsi prossimi alle comunità vicine così duramente provate dal terremoto».

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Viviamo il tempo del “minimo sindacale”

Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!


Camerano, 30 luglio 2022 – Il salario minimo sindacale è quella retribuzione fissata per contratto sotto la quale non è possibile andare. A seconda dei punti di vista, una garanzia per il lavoratore che sa di poter contare almeno su quel minimo di stipendio; una scocciatura per il datore di lavoro che sa, pur avendone l’intenzione, che sotto quella soglia minima non può pagare le prestazioni dei suoi dipendenti.

Da qui nasce, per osmosi, nel mondo del lavoro così come in quello della cultura del sociale o della politica, il detto: “fare il minimo sindacale”. Cioè, adoperarsi per introdurre fatica, idee, azioni, decisioni, al minimo delle proprie possibilità o capacità, giusto quel poco necessario a giustificare la propria presenza, il proprio impegno o il proprio ruolo. “Tira a campà”, direbbe Enzo Jannacci.

Ecco, tirare a campare, senza sforzarsi minimamente per fare di più e dare il meglio di sé, rende l’idea dei tempi che stiamo vivendo. In generale, la società del terzo millennio sta tirando a campà. Offre, di sé, il minimo sindacale grazie al quale poter giustificare la propria esistenza. Questo non significa che non ci sia nessuno capace di dare il meglio di sé: qualche imprenditore che si fa un mazzo così e anche di più per provare ad affermarsi; i tanti lavoratori che si fanno lo stesso mazzo per provare con dignità a portare la famiglia a fine mese sono tantissimi.

Concettualmente, però, la sensazione è che i furbetti del minimo sindacale siano piuttosto diffusi. A livello culturale, ad esempio, il decadimento è impressionante. Sono sempre meno quelli che leggono libri, vanno a teatro o al cinema, ascoltano musica classica. I musei vengono visitati in massa ma solo quando l’ingresso è gratuito. Però i concerti in spiaggia di Jovanotti sono sold out. E, a proposito di musica, la qualità della produzione musicale dell’ultimo decennio e forse più è davvero scadente (non lo dico io ma gli specialisti del settore). Non si scrivono più canzoni capaci d’emozionare, tanto che gli autori sono stati invitati ad impegnarsi “oltre il minimo sindacale”.

In politica poi, c’è il peggio del peggio, sia a livello locale sia a livello nazionale. Amministratori, Onorevoli e Senatori, gente che ha scelto di governare un Comune, una Provincia, una Regione, una Nazione, anziché muoversi per far progredire e migliorare lo status quo si accontentano di fare il “minimo sindacale”. Tirano a campà solo per garantirsi la poltrona e, così facendo, anziché migliorarlo lo status quo spesso lo peggiorano. Trovare alibi per loro, in questi ultimi anni, è stato facilissimo: la perdita di potere dei partiti, la mancata crescita economica, la pandemia, l’inflazione galoppante, la guerra in Ucraina, il vaiolo delle scimmie… Ma gli alibi servono a giustificare le sconfitte.

Dopo i tanti governi tecnici, a settembre il popolo tornerà alle urne per eleggere i propri rappresentanti politici i quali, lancia in resta, hanno già iniziato a sciorinare programmi e promesse a tutto spiano. Programmi e promesse che, come succede da circa settant’anni, verranno puntualmente disattesi. I nuovi eletti attueranno, come sempre, il “minimo sindacale” necessario a non essere mandati a casa anzitempo.

Succederà ancora e la colpa sarà mia. Perché continuo a permettere che tutto ciò accada senza far nulla per evitarlo. Perché io, italiano, sono fatto così: purché non mi si rompano le scatole, mi si garantisca l’assistenza sanitaria e la pensione, e mi si faccia pagare poche tasse, sono disposto a fare l’italiano al “minimo sindacale”. Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!

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