Un iceberg, nella sua parte emersa, mostra solo un settimo della sua struttura. La maggior parte della sua massa si sviluppa sotto il pelo dell’acqua. Resta nascosta alla vista. Non a caso questo spazio prende il nome dai giganti di ghiaccio. Da qui, cercheremo di svelare quella parte sommersa della notizia che spesso si nasconde sotto il pelo dell’indifferenza, della fretta, dell’interesse occulto.

Referendum: i sì e i no del Gattopardo

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi!”

L’Editoriale. A dieci giorni esatti dal voto per il referendum costituzionale l’intera nazione politica è all’apice della campagna elettorale. PD e Movimento 5 stelle i più attivi in assoluto, cui seguono a ruota tutti gli altri. Nelle regioni, nelle province e nei comuni – anche quelli con solo mille anime – i gruppi politici stanno spendendo energie (e soldi), per spiegare all’ottuso popolo italico perché deve vincere il sì o perché deve vincere il no. Preoccupandosi, tutti, di aggiungere che bisogna andare a votare perché diversamente sei un cittadino menefreghista (non pensi al futuro dei tuoi figli), egoista (pensi solo a te stesso), ipocrita (ti lamenti dello stato delle cose ma non fai nulla per cambiarle).

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Sono quarant’anni che l’Italia è bloccata su ogni fronte. Quarant’anni dove sono successe un’infinità di cose. Politicamente, le sequenze sono state De Mita, Craxi, Pertini, Andreotti, Cossiga, Di Pietro, Ciampi, Prodi, Berlusconi, Napolitano, Letta, Mattarella, Renzi. Tante stagioni, tanti governi, mille rivoluzioni. Per ritrovarci nel 2016 senza lavoro, senza prospettive, con un debito pubblico che anziché diminuire continua a crescere. Dopo quarant’anni siamo ancora qui a rimpiangere Pertini.

Nel 1992, con la firma del trattato di Maastricht, e nel 1999, con l’entrata in vigore dell’euro, di fatto gli italiani prendono coscienza della nascita dell’Unione Europea. Una nuova era che promette meno lavoro, più guadagni e un mondo più sano e vivibile a misura d’uomo. Sono passati meno di vent’anni da allora, e ci ritroviamo senza lavoro, più poveri, con un mondo inquinato e la schiavitù quotidiana della sopravvivenza.

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Il mondo, e dunque anche l’Europa, è in mano sempre di più alle banche e alla finanza. Sessantacinque persone, da sole, detengono la stessa ricchezza di metà del mondo (3,9 miliardi di individui). In Italia la proporzione è più o meno la stessa. Con qualche famiglia ricca in più. E con il fatto che la classe medio borghese non esiste più, essendo scivolata verso il basso. I poveri sono aumentati considerevolmente e gli anziani devono vivere con 500 euro di pensione.

In questo quadro, verrebbe da dire: ma chi se ne frega se vince il sì o il no? Tanto, a prescindere dalle promesse di cambiamento in questo Paese non cambia mai nulla. Semmai, peggiora. E sale prepotente alla mente la celeberrima frase di Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo:  “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi!”

Perché l’incoerenza sta tutta qui. Per cambiare davvero le cose, non occorre modificare qualche stralcio della Costituzione, o chiudere un ente inutile, o diminuire i senatori. Occorre che cambino gli uomini. Occorre che le persone abbiano la capacità di modificare se stesse, il proprio pensiero, il proprio approccio alle istituzioni, alla quotidianità, ai soprusi cui debbono sottostare grazie a regole e imposizioni cadute dall’alto e sempre a favore di chi le ha dettate e scritte.

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Anche qui torna alla mente quella frase del Presidente Pertini che ebbe a dire, più o meno, che un politico che non fa gli interessi dei cittadini e non lavora per migliorare il loro benessere, va mandato a casa a calci nel sedere.

Ma l’italiano questa consapevolezza non ce l’ha. L’ha perduta nel corso di questi ultimi quarant’anni. L’ha svenduta agli interessi di partito, alle lobby professionali, alle comodità del salotto davanti alla tv, alle varie mafie sparse un po’ dappertutto, agli interessi di casta.

Vincerà il sì? Non cambierà nulla. E Renzi regnerà incontrastato. Garantendo ai suoi un lungo periodo sulle comode poltrone romane di raso rosso.

Vincerà il no? Non cambierà nulla. Perché tutto resterà com’è oggi. Renzi dovrà andarsene? E cosa cambia: morto un governo Renzi se ne fa un altro.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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