Lasciare il Segno: l’artista Salvatore D’Addario

Angelo Monaldi ricorda il grande scultore a cinque mesi dalla sua scomparsa

Camerano – La tristezza di non poter rivivere ciò che è scomparso e la pienezza del ricordo di ciò che è stato. In questa giornata, a cinque mesi dalla morte dell’artista e amico Salvatore D’Addario, mi ritrovo a sfogliare le immagini delle sue opere, nel tentativo di rasserenare l’incalzante nostalgia che ondeggia tra la malinconia della scomparsa e l’onore per averne condiviso alcuni istanti. In fondo è proprio questo il punto: aver avuto l’opportunità di conoscere una persona distinta mista al privilegio di aver potuto condividere con lui  alcuni irremovibili momenti.

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“Distinta” perché non capita tutti i giorni di affrontare una persona come l’artista Salvatore D’Addario: il suo silenzio, l’infinita calma, l’atto della spontanea osservazione; queste erano solo alcune delle caratteristiche di quest’uomo taciturno. Salvatore era l’eccezione del: “non ci sono più gli uomini di una volta”, rappresentante ad honorem di “altri tempi”: sincero e pieno di spirito critico, non parlava mai a sproposito.

Sempre pronto a pagare il conto al bar, a proporsi con discrezione, a trattare ricchi e poveri con rispetto, a non rinfacciare mai quello che aveva fatto per qualcuno, a mantenere sempre l’educazione e un alto livello di romanticismo e passione. Un grande animo sensibile, coltissimo e di virtuosa semplicità. Salvatore D’Addario era l’uomo che vorrei diventare.

da sinistra: Salvatore D'Addario e Angelo Monaldi
da sinistra: Salvatore D’Addario e Angelo Monaldi

L’ho conosciuto nel 2012, grazie a Floriano Macellari (Ola), che con la sua confusione entusiasta e spontanea ebbe la grande idea di unire un giovane che si dava da fare a Camerano a un artista di livello internazionale; fu, per me, l’inizio di un viaggio che tutt’ora non si è interrotto.

Dalla conversazione di una sera al bar (c’è chi dice che i migliori progetti nascono sui tovaglioli dei bar), venne a galla l’idea di organizzare una mostra d’arte contemporanea all’interno del percorso sotterraneo di Camerano.

Fu un chiaro esempio del dire e del fare: grazie alla collaborazione con la Pro Loco Carlo Maratti e all’illuminato direttivo che la componeva, il 4 agosto 2012 inaugurammo l’esposizione “Il tempo, la luce, la forma”.

Salvatore D'Addario: Legame, 1977
Salvatore D’Addario: “Legame”, 1977

Una scuola di vita per il sottoscritto, incipit di una lunga serie di mostre allestite all’interno delle Grotte e durate fino al 2015. È ancora viva in me l’emozione provata nell’ascoltare un giorno le sue parole: «Alla domanda quanti anni hai, bisognerebbe rispondere che dipende da quando uno decide di nascere». Forse, sono nato quel giorno, di sicuro, quel giorno sono cresciuto.

Spesso si soffermava sull’importanza dei suoi insegnanti: Fazzini, Burri e Mannucci. Quest’ultimo, un fondamentale maestro di vita. Ricordo ancora la sua passione e il suo coinvolgimento quando organizzammo (sempre a Camerano), la mostra su Mannucci. Durante la selezione delle opere ad Arcevia, nella vecchia casa dove Salvatore, in gioventù, aveva passato molto tempo, D’Addario accarezzava il tavolo in legno della cucina, resuscitando quei momenti e quelle conversazioni che lo avevano formato e fatto diventare un artista con la “A” maiuscola.

Un giorno, lasciando alcuni libri sul bancone del bar, uscimmo a prendere aria e lui si accese l’immancabile sigaretta. Dopo alcuni minuti gli feci notare che avevamo lasciato i libri incustoditi, e che forse era meglio tenerli d’occhio. Lui, annuendo, mi assecondò: «Hai ragione! – esclamò – Chissà, magari qualcuno li getta nella spazzatura!» Un’ironia mai scontata quella di Salvatore, geniale e aristocratica.

A distanza di vari anni, ne avevo 24 quando iniziai il tentativo di capire la sua produzione, non ho smesso di essere sedotto dalla sua arte. Non è facile coniugare la leggerezza con la profondità, eppure Salvatore D’Addario, con quella che potremmo definire una  pittura e scultura di segno, è sempre riuscito nell’intento.

Ha rivelato la sua grande interiorità enigmatica: le sue opere, come pagine di un’autobiografia, rivelano emozioni, sensazioni e sentimenti che vengono evocati nella magia lirica. Una esplorazione profonda di se stesso e di ciò che lo circondava.

Salvatore D'Addario: Tra tanti: uno, 2002
Salvatore D’Addario, “Tra tanti: uno”, 2002

È stato lui ad esprimere questi concetti, non solo attraverso le sue opere ma anche attraverso le sue interviste in Italia e nel mondo: «Per l’artista una svolta è ogni emozione che incontra durante il giorno. L’artista racconta la propria realtà. Si tratta di una specie di diario personale, non intimistico, cioè la registrazione della mia sensibilità nei confronti degli eventi, della realtà delle cose che cambiano e che hanno il loro divenire nel tempo».

In fondo al tutto c’è, appunto, la poesia (dal greco poiesis, con il significato di “creazione”). D’Addario ci sussurra le questioni che lo toccano, attraverso simboli apparentemente freddi che raggiungono raffinati esiti poetici. «Alla base di ogni opera, se realmente è arte, c’è un contributo poetico notevole. – Ebbe a dire – Ciò che conferisce valore all’opera è la sua densità poetica».

D’Addario si è opposto allo svanire dei sogni, alla confusione delle ideologie, alla carenza estetica. Ha raccontato le sue angosce, i suoi enigmi , i miraggi forse irrealizzabili, le controversie inspiegabili. Alla domanda qual è il fine dell’artista, lui ha risposto: «Tutto quello che m’interessa è scrivere il mio momento storico attraverso il mio lavoro. La mia è un’opera di scrittura, non come narrazione ma come documentazione del mio periodo. Ogni epoca legge se stessa attraverso le opere che gli artisti hanno prodotto».

Con essenziali e squisiti segni, apparentemente irrilevanti ma in realtà carichi di una energia emozionale, ha richiamato l’attenzione alla ricerca del vero, e come un primitivo, tra la fine e l’inizio dell’era atomica e del denaro, ha esclamato e continua ad esclamare con la sua arte la parola «vivo!».

 

di Angelo Monaldi

 


2 commenti alla notizia “Lasciare il Segno: l’artista Salvatore D’Addario”:

  1. Bravo Monaldi, Hai Sintetizzato in parte, ma solo in parte, la figura di Salvatore D’ Addario!
    ERA MOLTO DI PIU !!! Bisognerebbe approfondire e diffondere il Suo messaggio culturale
    e coinvolgere le Istituzioni affinché il Suo lavoro non vada disperso… Era anche un sottile Poeta… comunque grazie della Tua testimonianza

  2. OLA says:

    …….semplicemete EMOZIONANTE….
    Complimenti Angelo.

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Lettera aperta alla signora Elsa Maria Fornero

L’ex ministro del lavoro “madre degli esodati” torna a Palazzo Chigi come consulente


Camerano, 21 luglio 2021 – Leggo e riporto da Wikipedia: “Elsa Maria Fornero è un’economista, accademica ed ex politica italiana. Ha ricoperto la carica di ministro del lavoro e delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013 nel governo Monti”.

Leggo e riporto da Il sole 24 ore: “sindacati, M5S e Lega in pressing contro il ritorno alla Fornero. Il 27 luglio parte il tavolo sul “dopo-Quota 100”. Una parte della maggioranza in fermento e spinge per flessibilità in uscita e Quota 41. Il Mef rimane cauto. E la stessa cautela sembra mostrare Palazzo Chigi, dove, nello stesso momento in cui comincia a diventare caldo il tema-pensioni, approda proprio la professoressa Elsa Fornero, che farà parte della squadra di consulenti e “consiglieri” del Comitato d’indirizzo per la politica economica…

Una notizia che ha mandato molti italiani in fibrillazione. Tra questi, un nostro lettore che ha inviato in redazione una lettera aperta indirizzata alla Signora che, ovviamente, non potevamo mandare sotto silenzio. Eccovela.

Cara signora Elsa Maria Fornero (foto by Wakeupnews),

in tutta sincerità e tantissimo rancore – quello che lei ha prodotto in me durante questi ultimi, lunghi, sofferti sette anni cui lei mi ha condannato per il reato (mai commesso) di “esodato” – ma davvero ha la faccia tosta di ripresentarsi a Palazzo Chigi? Ma… davero, davero? come direbbe Brignano.

Cara signora Elsa Maria Fornero ex ministro del lavoro e delle politiche sociali, ma lei, davero davero sa cosa significhi essere condannati – senza aver commesso reati di sorta – a non percepire per sette anni una pensione sacrosanta maturata legalmente? No che non lo sa, perché se lo sapesse quella sua legge, nove anni fa, non l’avrebbe mai firmata.

Cara signora Elsa Maria Fornero ex ministro del lavoro e delle politiche sociali, ma lei, davero davero non si è resa conto che in sette anni mi ha sottratto (che poi sarebbe un eufemismo) – moltiplicato per migliaia e migliaia di italiani come me – circa 50mila euro che moltiplicati per mille fanno cinquanta milioni? Oh, certo, non sono soldi che lei si è messa in tasca; sono però soldi che lei ha ordinato e permesso di sfilare dalle mie tasche, ed è ovvio che m’importa poco dove siano finiti o come siano stati spesi. Erano miei e lei ha ordinato che non mi venissero riconosciuti. L’ha fatto di sua iniziativa, senza neppure domandarmi se fossi d’accordo!

Cara signora Elsa Maria Fornero ex ministro del lavoro e delle politiche sociali, si è mai resa conto che l’ammontare mensile della mia pensione, che lei per sette anni mi ha negato, era pari a quanto guadagnato da lei in un giorno da ministro? E questa riflessione mi fa giungere alla conclusione che quelle sue famose lacrime versate all’annuncio della sua legge, erano lacrime d’un coccodrillo strapagato e anche un tantino ipocrita. Perché vede, lei non era obbligata a firmarla quella legge. Se davvero – come disse – comprendeva il dramma in cui stava per far sprofondare migliaia e migliaia di italiani, avrebbe potuto dire no.    

Cara signora Elsa Maria Fornero ex ministro del lavoro e delle politiche sociali, per favore, mi ascolti. Di danni ne ha fatti già abbastanza. Dica al premier Draghi che ci ha ripensato e se ne resti a casa. A 73 anni, non credo lei abbia ancora bisogno di ulteriore visibilità. Anche perché a me, sinceramente, di saperla lì un po’ inquieta, anche se ci sta aggratis. Resti a casa, per favore. Se non lo vuole fare per la sua, lo faccia almeno per la mia dignità e per quella di migliaia e migliaia di italiani da lei esodati. Un favore, dopo averci condannato a sette anni di sacrifici, potrebbe anche farcelo, non crede?

(segue firma)

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