Valmusone: nascono meno imprese

Frena lo slancio imprenditoriale: i dati del terzo trimestre

Osimo. Frena lo slancio imprenditoriale nella Valmusone. Nascono meno imprese. Troppe le difficoltà che tutti i giorni ostacolano la vita delle micro e piccole attività. «Chi vuole mettersi in proprio spesso è scoraggiato in partenza» afferma Paolo Picchio, segretario Confartigianato Osimo nel commentare i dati dell’artigianato dell’area a sud di Ancona.

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Secondo una elaborazione dell’Ufficio Studi Confartigianato su base Unioncamere-Infocamere nel terzo trimestre dell’anno sono nate 19 imprese artigiane, 28 le cessate per un saldo negativo di -9. Nel corrispettivo periodo del 2015 le iscrizioni d’impresa erano state 43 e 41 le cessazioni per un bilancio di nati mortalità complessivo di +2.

Nei diversi settori artigiani, nel terzo trimestre di quest’anno i servizi alle persone hanno segnato un saldo di -3, -2 il manifatturiero, -1 costruzioni e servizi alle imprese.

«Assistiamo a una decelerazione della dinamica imprenditoriale – continua Picchio della Confartigianato – con un calo tanto delle cessazioni quanto delle iscrizioni di attività. Ma nelle iscrizioni il dato è davvero eclatante: lo scarto scende da 43 a 19. Le imprese sono già state pesantemente selezionate da anni di crisi. D’altro canto le nuove aperture sono scoraggiate da un clima di pesante incertezza che smorza l’iniziativa imprenditoriale».

Le difficoltà di tutti i giorni per le micro e piccole aziende del resto sono tante, troppe. La più grande, far fronte alle spese: la pressione fiscale è eccessiva, i costi di gestione alti, la burocrazia inoltre rende complicata e onerosa ogni procedura con una serie di adempimenti inutili, costosi in termini di tempo e denaro, una macchina farraginosa da mille tentacoli, assolutamente da semplificare.

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Ulteriori criticità sono l’alto costo del lavoro, la scarsa liquidità a disposizione per i mancati o ritardati pagamenti e la contemporanea difficoltà di accesso al credito.

Assieme ai bilanci aziendali soffre di logica conseguenza tutto il territorio su cui si riflettono le conseguenze della minore ricchezza prodotta.

Per quanto gli compete: «La Confartigianato è pronta a partecipare ad un dialogo condiviso con istituzioni e attori del territorio che abbia come meta finale la salvaguardia del “patrimonio produttivo”, composto dalle micro e piccole imprese diffuse sul territorio»  conclude Picchio.

Per rispondere a questa situazione sarebbe quantomeno opportuno investire sulla creazione di nuove attività che possano crescere e svilupparsi nel tempo a venire.

Occorrono sinergia e strategie forti che puntino alla valorizzazione della imprenditorialità locale, alla individuazione delle nuove logiche di mercato, a un rafforzamento delle aggregazioni e delle reti di impresa, alla esportazione delle eccellenze. Gli artigiani sono la forza motore dell’economia e intendono riportare questo territorio al dinamismo del suo passato.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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