No Green Pass a scuola, Giuliodori a supporto della preside osimana

“Violazione gravissima del diritto al lavoro”

Osimo, 23 agosto 2021 – Siamo a fine agosto, l’inizio della scuola si avvicina e non mancano le polemiche riguardo l’utilizzo del Green Pass per docenti e personale scolastico.

Nelle Marche, la preside del Corridoni Campana di Osimo, Milena Brandoni, si è esposta con coraggio dichiarando di non essere disposta a fare da vigilantes e controllare l’ingresso delle scuole come uno sceriffo qualsiasi. Un atto di disobbedienza civile al quale chiama all’appello anche gli altri presidi.

La professoressa Milena Brandoni, preside dell’Istituto Corridoni Campana di Osimo

Per la cronaca, la preside osimana non è la sola ad essere fortemente contraria. Altri presidi e insegnanti hanno palesato la loro contrarietà all’obbligo imposto dal governo. A supportare la Brandoni è intervenuto il deputato di Osimo Paolo Giuliodori, all’opposizione del governo Draghi e da sempre fortemente contrario all’uso del Green Pass.

«L’attività di controllo sanitario non rientra nei compiti professionali di presidi e insegnanti, anzi, mette in difficoltà il lavoro già complicato del personale scolastico – spiega Giuliodori – È un trattamento discriminatorio che lede la dignità dei lavoratori e mette di fatto il personale scolastico alla pubblica gogna. Una violazione della privacy molto invasiva e poco tollerabile. E l’aspetto più grave è la conseguenza di possibili provvedimenti disciplinari, addirittura fino al licenziamento, che rappresentano una violazione gravissima del diritto al lavoro. Tutto questo in un ambiente, quello della scuola, che ha già dimostrato di essere sicuro».

il deputato Paolo Giuliodori

Il deputato rimarca convinto: «È bene precisare che il Green Pass non è una misura sanitaria, ma una misura prettamente politica, che ha poco a che vedere con la diffusione del contagio e la tutela della salute, visto che non ha nessuna base scientifica. Uno strumento per creare una separazione tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Credo – prosegue – che la professoressa Brandoni abbia espresso sacrosante critiche e giuste perplessità, che non possono passare inosservate né essere sminuite o liquidate come lamentele di una invasata No Vax. Si tratta di una questione di diritti e di libertà personale. Il vaccino è una libera scelta e come tale deve essere praticata e rispettata. Mettere in discussione la permanenza al lavoro o addirittura parlare di licenziamento è aberrante. Stiamo davvero travalicando i limiti della dignità della persona».

Giuliodori, a sostegno della sua tesi, cita il Garante della Privacy: “nei luoghi di lavoro non è consentita alcuna discriminazione relativa alla vaccinazione anti Covid”, e il regolamento UE uscito lo scorso giugno dove, all’articolo 36, si legge: “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate”

Il virologo e immunologo Roberto Burioni

«Quindi – conclude Giuliodori – oltre ad essere palesemente discriminatoria, la normativa italiana è in contrasto con le indicazioni europee e di conseguenza non applicabile».

Di diverso avviso, rispetto a Giuliodori, il virologo e immunologo Roberto Burioni che in un duro intervento nei confronti della preside Milena Brandoni ha dichiarato: «Bugie sul vaccino, la preside va licenziata!»

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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