La storia infinita e tribolata dell’ex Consorzio Agrario

Osimo. Una vera e propria epopea destinata a non trovare pace, quella relativa al riutilizzo dell’ex Consorzio Agrario osimano e della rispettiva area compresa tra via Colombo, via Montefanese e via Ungheria. Una vicenda complessa e stratificata che sembra essere giunta all’ennesimo punto morto.

Era l’autunno del 2012 quando l’allora sindaco Stefano Simoncini consegnava all’imprenditore Alberto Simonetti, proprietario della struttura, il via libera a procedere con lo smantellamento del consorzio ormai in disuso. Al suo posto, un centro direzionale su tre piani con uffici e attività commerciali che avrebbe dovuto essere realizzato nel giro di un anno e mezzo. Un primo piano di recupero dello stabile provinciale costruito negli anni Trenta, era già stato adottato nel 2007 e approvato l’anno successivo, salvo poi essere revocato nel maggio 2012 a causa della rinuncia da parte della società F.lli Simonetti, colpita dagli effetti della crisi economica.

A inizio 2013, con in mano un progetto rivisitato rispetto all’originario del 2007, la ditta Simonetti inaugura il cantiere, ma a marzo giunge il primo intoppo: la CE.DI Marche, proprietaria della catena di supermercati a marchio “Sì con te”, lamentando la mancata salvaguardia dei piccoli e medi esercizi limitrofi, si appella al Tar regionale. La legittimità dell’iter urbanistico che autorizzava la realizzazione di un nuovo parco commerciale finisce così sotto accusa e decreta uno stop ai lavori.

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Ad accrescere i malumori, il rinvenimento, ad opera della Soprintendenza archeologica delle Marche, di rilevanti resti di età romana e palocristiana proprio nel sito dell’ex Consorzio.

Nel gennaio 2014, dopo un primo pronunciamento da parte del Tar di competenza, i Carabinieri predispongono il sequestro dell’area in oggetto: il permesso a costruire concesso all’ing. Frontaloni per conto della ditta Simonetti viene annullato per mancanza della necessaria variante urbanistica. La delibera del 2012 viene invece considerata legittima, ma per diventare definitiva deve superare un doppio sbarramento in sala consiliare, intervallato dalla presa di posizione della  Provincia.

Quest’ultima, infatti, non era stata chiamata in causa due anni prima, quando la revoca all’originario piano d’attuazione si era avvalsa esclusivamente delle norme del piano casa regionale. Nel frattempo, le elezioni di maggio 2014 consegnano alla città un nuovo sindaco. La patata bollente passa allora nelle mani dell’amministrazione Pugnaloni che sceglie di approvare la variante urbanistica proposta dal Tar.

Ad agosto 2015 la questione sembra essere risolta: con il nulla osta di Comune e Provincia il cantiere viene nuovamente aperto e i lavori riprendono a pieno regime. Trascorrono appena due mesi prima dell’arrivo di un nuovo fermo, questa volta ad opera del Consiglio di Stato che, dopo un nuovo ricorso da parte del gruppo CE.DI., emana una sospensiva in attesa del giudizio di merito sull’ultima variante approvata l’estate precedente. In attesa della sentenza, i lavori riprendono e a marzo 2016 la ditta di costruzioni è nuovamente all’opera.

La settimana scorsa, il 26 agosto, l’ultimo, ma di certo non definitivo, atto della vicenda: il Consiglio di Stato dichiara nulla la delibera con la quale, nel 2012, era stata approvata la famigerata revoca e ordina l’ennesimo blocco.

Ciò che accadrà ora, rimane per il momento un rebus. Il Comune ha comunicato che valuterà quanto prima il da farsi, ma già una pioggia di polemiche e malumori si è abbattuta nei confronti dei vari attori protagonisti della vicenda. Il timore diffuso è che il mostro di cemento abortito venga abbandonato là dove sarebbe dovuto nascere, in attesa di un provvedimento definitivo che forse non ci sarà mai.


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di Paolo Fileni

L’assurda burocrazia di Trenitalia

L’odissea di un’anconetana infortunatasi nel viaggio in treno tra Fano e Pesaro


29 maggio 2020 – Se viaggiate per ferrovia con Trenitalia, attenti a non farvi male, potreste non ricevere mai il risarcimento dovuto. O, nella migliore delle ipotesi, doverlo aspettare per anni. Vi racconto una storia.

C’è questa ragazza, una 35enne anconetana, che a Fano (foto) la mattina del 7 novembre 2019 sale sul regionale 11582 (partito da Ancona), con destinazione Bologna. Il convoglio, come al solito, è strapieno. La giovane cerca un posto a sedere ma non lo trova. Sale al primo piano di una carrozza ma anche lì non c’è posto. Allora, scende di sotto per continuare la ricerca. Ma è qui, quando ormai la stazione di Pesaro si sta avvicinando, che il tacco della sua scarpa sinistra – non un tacco a spillo, ma un tacco di 2-3 centimetri largo e quadrato – s’incastra nel bordo esterno metallico troppo rialzato del nono gradino della scala.

La malcapitata perde l’equilibrio. È in perfetta forma fisica e ha le mani libere dal momento che porta uno zainetto sulle spalle. Con la mano destra tenta di aggrapparsi al corrimano ma non lo trova e rovina pesantemente al suolo sbattendo con violenza il mento e la testa.

Viene immediatamente soccorsa dagli altri passeggeri. Viene chiamato il capotreno che solerte stila un rapporto sull’accaduto. Alla successiva fermata di Cattolica, in stazione ad attenderla ci sono i sanitari del 118 che in ambulanza la trasportano all’ospedale Cervesi dove, dopo gli esami e le radiografie, le viene riscontrata la frattura del quarto metacarpo della mano destra, un lieve trauma cranico e un’ampia ferita lacero contusa al mento che necessita di punti di sutura.

Insomma, una brutta botta. Senza contare che dopo la rimozione del gesso alla mano portato per trenta giorni, la giovane si è dovuta sottoporre a cicli di magnetoterapia e fisiochinesi per il recupero dell’articolazione. L’anconetana, per essere risarcita del danno subito, si affida allo Studio3A-Valore, una società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei cittadini.

Sulla carta sembra una pratica semplice: ci sono decine di testimoni, c’è il referto del capotreno, c’è la documentazione medica completa, copia del biglietto e quant’altro. La documentazione viene spedita a Trenitalia, ma Trenitalia non risponde. Né alla richieste di aprire il sinistro, né alle richieste di trasmettere copia del rapporto dell’infortunio. Non risponde neppure ai tanti solleciti caduti nel vuoto. Ed è chiaro che l’emergenza Covid-19 non è una giustificazione accettabile.

Finalmente, il 25 maggio 2020 la società Centro Processi Assicurativi, incaricata per la gestione tecnica dei sinistri dalle Ferrovie dello Stato, comunica la presa in carico del sinistro in questione, ma cosa chiede tra i documenti “senza i  quali la pratica non potrà avere seguito?” Sì, proprio quello: il verbale del capotreno! Quel verbale che possiede solo Trenitalia e che Studio3A ha richiesto invano per sei mesi. Intanto, la giovane anconetana aspetta… perché in Trenitalia non sono solo i convogli a viaggiare in ritardo, pure le pratiche vanno a rilento. Specie quelle risarcitorie!

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