Entro Natale certificati di nascita o stato di famiglia in tabaccheria

Grazie ad un nuovo software si potranno stampare anche da casa o dal giornalaio

Osimo, 13 novembre 2020 – Servizi ai cittadini sempre più digitalizzati e all’avanguardia. Uno dei pochissimi lati positivi prodotti dal coronavirus. Ieri, ad Osimo, la Giunta comunale ha fatto un passo avanti concreto in questa direzione, in particolar modo nei servizi demografici.

Simone Pugnaloni, sindaco di Osimo

A comunicarlo è proprio il sindaco Simone Pugnaloni attraverso la sua pagina social: «Entro Natale, grazie ad un nuovo software in elaborazione, potremo stampare direttamente da casa od in edicola o in tabaccheria i certificati di nascita, di morte, di residenza, lo stato di famiglia, alleggerendo così le code agli sportelli. Una misura che in questo momento favorirà i tempi di rilascio delle carte d’identità perche ci sarà più personale a disposizione».

Per il rilascio dei certificati da casa sarà sufficiente autenticarsi presso un sito dedicato, il certificato sarà autenticato da un Qr code; presso le edicole ed i tabaccai il servizio sarà regolato da un’apposita convenzione.

Certificati anagrafici in tabaccheria. Il servizio è già attivo in Comuni come Piacenza (foto d’archivio da piacenza24.eu)

«Nel frattempo, per permettere ai due nuovi dipendenti destinati ai servizi demografici di entrare in servizio per Natale – conclude Pugnaloni – avremo una nuova ubicazione ed un ufficio rinnovato per il Protocollo, autonomo dai servizi anagrafici, cosi che dove ora è ubicato si amplieranno gli spazi disponibili per lo stato civile».

Una iniziativa che, proprio grazie alla digitalizzazione, metterà più personale a disposizione per quei servizi che possono essere resi solo allo sportello. Interventi innovativi che l’Amministrazione comunale porterà a termine entro fine anno quale misura anti Covid-19.

 

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Adriano Olivetti e Brunello Cucinelli ʽpezzi uniciʼ

Fino a che punto il Covid-19 cambierà il mondo?


Camerano, 14 novembre 2020 – Ieri, durante l’ormai consueto appuntamento pomeridiano in video-chat con l’amico Nicola Evoli dal Minnesota (Usa), si è parlato del futuro post Covid delle aziende italiane. Di come sarà inevitabile un cambio di mentalità e di rapporti fra imprenditore e dipendenti; fra imprenditore e mercati, fra le stesse aziende.

Lui, Nicola, a sostenere l’inevitabilità della trasformazione. A ribadire, io, che una volta distrutta la bestia e tornati ad abbracciarci come se nulla fosse stato, non cambierà un bel niente: l’imprenditore continuerà a rincorrere il profitto mettendolo al centro dei propri obiettivi primari, l’operaio continuerà a guardare al suo titolare come al padrone. Gli farà i complimenti di circostanza fino a quando lo stipendio sarà garantito e lo attaccherà e lo denigrerà quando la busta a fine mese non arriverà più.

Sta nell’ordine delle cose da sempre, dal tempo dei Faraoni e dei Romani, dal tempo del latifondo e della rivoluzione industriale, dal tempo della Fiat del capostipite Agnelli fino alla Tod’s dei Della Valle di oggi, della Luxottica di Del Vecchio, della dolciaria Ferrero dell’omonima famiglia. Certo, dai Faraoni alla Ferrero sono passati quattromila anni e più. Dalla frusta e lo sfruttamento indiscriminato iniziale siamo arrivati ai contratti integrativi con benefit aziendali, alle ferie pagate e all’assistenza sanitaria per tutti, ma il padrone è sempre il padrone e l’operaio è sempre l’operaio.

E così sarà per sempre. O almeno, fino a che esisterà l’iniziativa privata e l’economia del profitto. Il Covid-19 è solo una parentesi; un incidente di percorso che va ad aggiungersi inaspettatamente e imprevedibilmente ad altre problematiche aziendali. Attacca gli individui togliendogli l’aria nei polmoni; manda in crisi le economie perché i troppi contagi e le criticità sanitarie obbligano a chiudere le attività, ma questo non inciderà più di tanto sui processi mentali e gestionali di chi fa impresa e di chi deve far quadrare i bilanci, grande o piccola che sia l’attività.

Poi, è vero. Ci sono le eccezioni. Con Nicola si è parlato e parleremo ancora lunedì prossimo di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti, fautore dell’idea che il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità; o come Brunello Cucinelli, il re miliardario del cachemere con azienda a Solomeo (PG), che persegue “il capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche, dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali”.

Davvero tutto molto bello, sano e giusto. Ma Adriano Olivetti è morto sessant’anni fa e la sua azienda non c’è più. Brunello Cucinelli invece è sì vivo e vegeto (aggiungo che il fatto sia italiano m’inorgoglisce parecchio), e i suoi miliardi guadagnati onestamente è vero che li sta spendendo per migliorare la condizione della vita umana, dipendenti compresi. Purtroppo, all’orizzonte di Brunello ce ne sono solo due. L’altro che conosco è altrettanto unico e immenso, ma è un vino rosso talmente buono e “carestòso” da essere troppo lontano dalle mie tasche di operaio dell’informazione.

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