Segnalati tre giovani assuntori di marijuana

Erano arrivati da Porto Recati per fumarsi in pace i loro spinelli al porto turistico

Numana – Durante un mirato servizio perlustrativo nei pressi del porto turistico, questa notte i carabinieri della locale stazione hanno controllato una Land Rover freelander con a bordo tre ragazzi che, alla vista dei militi, si rendevano subito indisponenti e nervosi.

Controlli notturni dei carabinieri

I tre, identificati per: C. F. M., nato a Recanati nel 1998, S. A., nato in Ucraina nel 1996 e A. D., classe 1997, risultavano tutti residenti a Porto Recanati (MC), celibi, studenti, incensurati.

A loro carico, proprio per il loro comportamento, è stata eseguita una perquisizione personale e veicolare che dava esito positivo. Sotto il sedile anteriore del passeggero, i carabinieri hanno trovato e sequestrato un involucro di cellophane contenente 5,5 grammi di marijuana. Inoltre, nascosti nelle mutande di un passeggero che occupava il sedile posteriore, hanno trovato ulteriori 4 grammi di stupefacente suddiviso in tre dosi.

Dopo le formalità di rito, i tre giovani sono stati segnalati alla prefettura di Ancona in qualità di assuntori, e per detenzione illegale per uso personale, di sostanze stupefacenti”.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
Pane Burro & Marmellata

 

IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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