Sgominata la setta del Macrobiotico, sfruttava gli adepti (aggiornamento)

Un’associazione con a capo un “maestro” dislocata in varie zone delle Marche e dell’Emilia Romagna. Aggiornamento con foto

Ancona/Forlì – La Polizia di Stato ha concluso una lunga e articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica Distrettuale Antimafia di Ancona, che ha permesso smantellare una “psico-setta” operante tra le Marche e l’Emilia-Romagna nel campo dell’alimentazione macrobiotica.

Le indagini, condotte dai poliziotti delle Squadre Mobili di Ancona e Forlì e supportate dalla Squadra Anti Sette del Servizio Centrale Operativo, hanno avuto inizio nel 2013 grazie alla denuncia di una ragazza, in passato vittima della setta, che ha raccontato ai poliziotti di aver creduto ai racconti sui benefici “miracolosi” della dieta elaborata dal capo della setta che, a suo dire, sarebbe stata in grado di guarire malattie incurabili per la medicina ufficiale.

Al capo dell’associazione, un noto imprenditore del settore macrobiotico cosiddetto “maestro”, Mario Pianesi del ’44 . Sono cinque le persone indagate, tra queste ci sono tali V. L. del ’67, B. G. del ’66 e W. K. X. del ’74, alle quali sono stati contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù, maltrattamenti, lesioni aggravate ed evasione fiscale.

Gli stessi, infatti, approfittando dello status psicologico in cui versavano le vittime prescelte, attraverso diete rigide, le cosiddette Ma. Pi. (dal nome del “maestro”) sempre più ristrette, e la negazione del mondo esterno, soprattutto medico, manipolavano gli “adepti” arrivando gradualmente a gestirne l’intera vita e a pretendere da loro donazioni in denaro.

Una vita d’inferno per le vittime, che venivano gestite a piacimento dal maestro con la scusa del macrobiotico, coadiuvato, all’interno dei Punti Macrobiotici della struttura, da una serie di collaboratori con vari compiti e ruoli: segreteria, capizona e capicentri dislocati nelle varie zone d’Italia.

L’apertura di ogni singolo Punto Macrobiotico doveva essere autorizzata da Mario Pianesi, il quale per qualsiasi motivo ed in ogni momento, poteva deciderne l’apertura, la chiusura, il trasferimento da un giorno all’altro del capozona o capocentro in qualsiasi altro Punto.

Gli adepti della “setta”, una volta coinvolti nell’organizzazione, venivano convinti ad abbandonare le occupazioni precedenti, rinunciando completamente alla vita svolta fino a quel momento e, di fatto, a mettersi a disposizione dell’associazione. Una volta sottomessi, Pianesi pretendeva dagli “adepti” donazioni in denaro, a suo dire, da destinare per la salvezza dell’umanità, quali, ad esempio, la realizzazione di una grande clinica dove praticare cure alternative alla medicina ufficiale. Una forma concreta di sfruttamento fisico e mentale che li costringeva a lavorare per molte ore con remunerazioni al di sotto della media.

L’esame dei flussi contabili di circa cinquanta posizioni bancarie e postali, ha consentito infatti di individuare i movimenti di denaro entrati fraudolentemente nelle casse di Mario Pianesi e dell’Associazione, attraverso un collaudato sistema di “offerte”, periodicamente imposte per asserite finalità di destinazione sociale.

A tale ultima ipotesi delittuosa deve aggiungersi che per l’anno 2015 si palesa che dall’esame del bilancio/rendiconto dell’Associazione depositato per tale periodo d’imposta, è stata evasa la somma di €. 78.991,15, a fronte di una dichiarazione di gestione di €. 287.240,58 come rendiconto associazione culturale (tassata con aliquota inferiore a quella prevista per un’impresa).

L’esame ha confermato come le ingenti somme, di cui moltissime in contante, generate dall’intera struttura pseudo associativa venissero, alla fine, convogliate sui conti personali e dei familiari dei principali indagati Pianesi e V. L.

 

redazionale


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

© riproduzione riservata

 


link dell'articolo