Salvato dalle guardie zoofile di Ancona il cagnolino Why

Era confinato in un recinto di barili di metano a Serra San Quirico

Ancona, 23 giugno 2021 – Le guardie zoofile dell’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) del Nucleo di Ancona, hanno messo in salvo un cagnolino  di 14 anni confinato in un recinto di barili di metallo e senza alcun riparo all’esterno di una casa di Serra San Quirico.

Il cagnolino Why

Why, così è stato chiamato dalle guardie del Nucleo, è ora al sicuro, curato e accudito in una clinica veterinaria a carico dell’Oipa e, non appena sarà possibile, dopo avere fatto  tutti gli accertamenti del caso e una visita cardiologica, sarà ospitato in un rifugio in attesa di trovare un’adozione che gli consenta di trascorrere gli ultimi anni della sua vita serenamente, accudito e circondato d’amore.

Chi volesse adottarlo, ma solo nelle Marche, può chiamare il 351 886 15 20 e lasciare un messaggio o scrivere all’email: guardieancona@oipa.org.

«Siamo intervenuti durante i nostri controlli a campione e abbiamo trovato Why in un contesto degradato tra barili sistemati in una piccola area di terra e cemento – racconta Luana Bedetti, coordinatrice provinciale delle guardie zoofile Oipa di Ancona – Invece di procedere a un sequestro per maltrattamento, abbiamo preferito accordarci con i proprietari, che ce lo hanno ceduto. Why è un cagnolino di piccola-media taglia di una dolcezza unica. Ora stiamo valutando la sua situazione fisica con esami e visite specialistiche, ma cerchiamo per lui una casa dove possa sentirsi al sicuro».

Le guardie zoofile Oipa di Ancona chiedono di segnalare situazioni di degrado e maltrattamento, poiché a volte i controlli servono anche ad aiutare le persone.

Per segnalazioni di maltrattamento nelle Marche: https://www.guardiezoofile.info/marche/

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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