Rissa al Miù di Mondolfo, minorenne di Falconara finisce in comunità

Identificato dai Carabinieri è stato collocato in provincia di Forlì-Cesena

Falconara Marittima, 14 agosto 2021 – In seguito alla violenta rissa scoppiata all’alba del 7 agosto scorso nell’area antistante la discoteca Miù di Mondolfo (PU), i Carabinieri della Tenenza di Falconara Marittima – nell’ambito delle indagini preliminari dirette dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Ancona – hanno passato al setaccio i numerosi filmati apparsi sui social network e gli applicativi di messaggistica istantanea.

Video e post che hanno documentato momenti di inaudita violenza nello scontro tra masse di giovanissimi, scaturiti dal precedente accoltellamento di un 25enne senegalese, residente nel maceratese, ad opera di un coetaneo di origine albanese residente ad Ancona.

Dall’analisi dei video, i Carabinieri di Falconara hanno quindi riconosciuto con certezza un minorenne del posto, già noto per altre vicende tuttora al vaglio della giustizia minorile, arrivando a recuperare e a porre sotto sequestro – nel corso di un’indagine lampo – anche gli indumenti indossati dal giovanissimo in quell’alba di trasgressione e violenza, ancora macchiati del sangue dei soggetti rimasti coinvolti nella brutale rissa.

Il minore, che dalla mischia era uscito praticamente illeso, dovrà ora rispondere dei reati di rissa aggravata, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate, accuse molto gravi avanzate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni delle Marche e che, condivise dal Giudice delle Indagini Preliminari, hanno portato all’adozione di uno dei provvedimenti più afflittivi tra quelli previsti a carico dei minori: la misura cautelare del collocamento in comunità.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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