Jesi – Preso l’uomo dello scippo a una donna 61enne di origini russe

È un marocchino 31enne senza permesso di soggiorno

Jesi, 11 gennaio 2019 – È un marocchino di 31 anni l’uomo che nella mattinata del 9 gennaio ha aggredito e scippato una donna 61enne di origini russe in Via Mura Occidentali, nei pressi dell’Ufficio anagrafe, derubandola della borsetta contenente 1.400 euro appena prelevati alle poste.

Quei soldi erano lo stipendio della donna che fa la badante, e le sarebbero serviti per pagarsi le cure ortopediche alle gambe (deambula grazie a specifiche apparecchiature), senza le quali non avrebbe potuto fare rientro nel proprio paese d’origine.

Gli agenti della Questura di Ancona, dopo aver visionato le telecamere di videosorveglianza della zona e sentito diversi testimoni, sono giunti ad individuare in B. A., 31 anni, marocchino, sprovvisto del permesso di soggiorno, l’autore del reato e dopo il fermo di polizia giudiziaria lo hanno condotto presso il carcere di Montacuto.

Ieri pomeriggio, gli agenti del Commissariato Ps di Jesi e della Questura di Ancona avevano perquisito la sua abitazione rinvenendo e sequestrando tutti gli indumenti e gli occhiali indossati dall’extracomunitario al momento della commissione del reato, nonché due banconote da 50 euro con numeri di serie sequenziali nascoste sotto il materasso della camera da letto.

Nel piazzale retrostante l’abitazione, inoltre, hanno rinvenuto l’auto utilizzata dal marocchino per la fuga, riconosciuta e descritta dai testimoni.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
Pane Burro & Marmellata

 

IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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