Ceriscioli chiede 12 milioni di euro alle grandi imprese marchigiane

Servono per allestire 100 posti in più di terapia intensiva in una nuova struttura coordinata da Guido Bertolaso. Due le possibilità: l’allestimento di un traghetto al porto di Ancona o quello del Palaindoor

Ancona, 24 marzo 2020 – “Un incontro molto positivo oggi (ieri, ndr) con Guido Bertolaso e il suo staff per valutare la possibilità di realizzare nelle Marche quello che si sta facendo in Lombardia. Una struttura, nel nostro caso, di 100 posti letto per la rianimazione, che è la parte più complessa ed importante quando ci si ammala e l’insufficienza respiratoria diventa molto grave”.

Così il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, dopo l’incontro avuto con Bertolaso e il suo staff mirato alla costruzione di una nuova struttura di terapia intensiva capace di far fronte alle crescenti necessità in materia di contenimento e cura dei pazienti affetti da Covid-19.

Siamo qualche giorno dietro – ha continuato il presidente – ma siamo la seconda Regione per contagi: facendo le proporzioni siamo piccoli ma abbiamo difficoltà importanti e vogliamo fare le cose per tempo per poter dare ai marchigiani la risposta più appropriata. Per poter realizzare la nuova struttura sono state individuate due opzioni: l’allestimento di un traghetto al porto con le attrezzature mediche necessarie e il Palaindoor, entrambi ad Ancona, al centro della regione, ma la cosa più importante sono le risorse”.

Il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli ha incontrato Guido Bertolaso al porto di Ancona

Prioritaria, per la realizzazione, la velocità. Per questo non è possibile passare attraverso i canali istituzionali, occorrerebbero mesi (come è successo ad Amandola), mentre Ceriscioli e Bertolaso vorrebbero mettere in piedi la struttura in una decina di giorni. Per farlo, occorrono donazioni private.

Noi dobbiamo agire in tempi stretti – spiega Ceriscioli – ma solo un percorso di donazione può permettere questo risultato.  Quindi l’appello che faccio è cruciale. È soprattutto un appello alle grandi imprese della nostra regione perché la scelta di impegnarsi in questa direzione permetterà di realizzare qualcosa di veramente importante in grado di salvare la vita ai marchigiani. 12 milioni di euro non sono una cifra impossibile, sono una cifra impegnativa ma è chiaro che il progetto funzionerà solo se tutti quanti risponderanno all’appello. Si tratta oggi di raccogliere le adesioni, perché poi la donazione vera e propria andrà verso un soggetto, una fondazione che opera normalmente con la Protezione Civile e che collaborerà con lo staff di Bertolaso per realizzare questa importante infrastruttura”.

Quindi denaro privato, donazioni, per dare velocità all’intera operazione. La prima opzione ha come vantaggio la funzionalità, in quanto il traghetto attrezzato può essere spostato altrove, anche in Regioni più lontane che in un secondo tempo dovessero averne bisogno. Nel Palaindoor invece, la struttura sarebbe realizzata dentro un’altra struttura già esistente, al netto dei costi tecnologici, impiantistici e di allestimento. L’impianto sportivo, inoltre, è strategicamente vicino all’Inrca, quindi necessiterebbe di meno attrezzature perché vicino a servizi sanitari strategici.

La scelta – conclude il presidente Ceriscioli – avverrà nel giro di 24 ore in base alle valutazioni che faremo con Bertolaso e il suo staff. Come al solito noi lavoriamo su numeri che ancora non ci sono, ma sono quelli che potrebbero essere da qui ad una settimana o dieci giorni. Aver messo in moto questa macchina aiuterà tutto il sistema nella fase più acuta. Poi lavoriamo anche sul resto: sui tamponi, sulle persone che stanno a casa, sulle strutture in uscita. Stiamo facendo un lavoro che cerca di coprire tutti gli aspetti dell’emergenza”.

 

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di Paolo Fileni

Ecco, Marco ci dice come siamo fatti

Le miserie umane in tempo di Covid-19 descritte da chi sta ‘dall’altra parte’ di un bancone


5 aprile 2020 – Il mondo, in questi giorni di resistenza e di clausura, non è quasi mai quello che vediamo con i nostri occhi. Forse, non lo è mai stato. Siamo così presi da noi, dalle nostre esigenze e personali egoismi, dai nostri piccoli o grandi drammi familiari, che difficilmente riusciamo a percepire quel che siamo davvero. O come ci muoviamo in mezzo agli altri, troppo concentrati a risolverci e a soddisfarci individualmente per riuscire a percepire come ci vedono dall’esterno.

Un esempio? Vi propongo la testimonianza di Marco Auricchio che arriva direttamente dai social. Una testimonianza forte, a tratti offensiva. Ma si tratta di un’offesa prima ricevuta e poi restituita al mittente. Che ci piaccia o no. Marco è l’altro, uno di quelli che ci guardano, e ci giudicano, dall’altra parte di un bancone di un supermercato (foto generica) della provincia di Ancona. Uno dei tanti che ci servono ogni giorno con pazienza e umiltà, e che spesso neppure vediamo. Ma loro sì che ci vedono, e sopportano in silenzio per contratto le nostre miserie umane, finché alla fine si sfogano e ci descrivono per quello che siamo. Senza tanti fronzoli. Scrive Marco:

«… Mi dispiace dirlo, ma dal coronavirus la maggior parte degli Italiani non ha imparato e non imparerà niente, se non a saper fare il pane e la pizza in casa e a cercare con ossessione l’alcool e il lievito di birra nei supermercati.

Io non svolgo una mansione importante, non faccio il medico o l’infermiere, faccio l’addetto alle vendite, banconiere, fruttarolo in un supermercato, uno di quei lavori che prima di questa tragedia avete sempre considerato di basso ceto sociale.

Ad oggi ci definite eroi, perché andiamo al lavoro nonostante tutto, anche se non lavoriamo in sicurezza, anche se non abbiamo i dispositivi di protezione adatti, anche se le persone ci rispondono in modo maleducato, anche se facciamo doppi turni, anche se vediamo ogni giorno le stesse facce, anche se vediamo persone che fanno la spesa tre volte al giorno per otto fottuti euro a scontrino, anche se ci sentiamo fare sempre le stesse domande sull’alcool, sul lievito di birra, sui rifornimenti.

E sapete perché? Perché noi, alla maleducazione della gente ci eravamo abituati già prima della pandemia, quando arrivavate al banco senza salutare, con tono stizzito per la coda, urlando ‘oh non me servi che cho fuga’, Non siete cambiati neanche un po’, anzi, siete ingrassati come le vacche e siete diventati più scemi e stronzi.

È inutile cantare dai balconi e dire che andrà tutto bene perché francamente, se la situazione è quella che vivo io, non andava bene prima e non andrà bene neanche dopo.
Avreste dovuto imparare l’importanza dello stare in famiglia, della salute più che altro luride merde superficiali, e dell’amore per la natura, e invece non avete imparato nulla, se non come usare il lievito. Beh, a questo punto spero che vi ci strozziate maledetti…
».

Foto. Fine. Pubblicità!

 

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