Ancona – Operazione Fast Food: in carcere 5 imprenditori anconetani

Con loro 3 bengalesi. Tutti e 8 condannati per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, per un totale di 40 anni di reclusione e oltre un milione di euro di multa

Ancona, 11 ottobre 2018 – Si è conclusa con 8 condanne da parte della Corte di Assise di Ancona, l’operazione Fast Food, condotta dalla Squadra Mobile di Ancona e iniziata nel 2012 a seguito di alcuni riscontri circa l’irregolarità di posizioni di stranieri sulle norme che disciplinano l’immigrazione.

Dopo anni di indagini serrate la Squadra Mobile, coordinata dalla Procura della Repubblica di Ancona, è riuscita a smantellare e portare a condanne pesantissime un sodalizio criminale, operante tra Ancona, Milano e Rimini, dedito al favoreggiamento e all’immigrazione clandestina di cittadini pachistani in Italia. La sentenza dello scorso 8 ottobre emessa dalla Corte di Assise di Ancona, ha visto condannati in via definitiva gli otto principali responsabili dell’attività criminale.

In tutto, 40 anni di reclusione e 1.173.000 euro di multa, più il pagamento delle spese processuali e l’interdizione dai pubblici uffici distribuiti tra i tre cittadini bengalesi (uno dei quali a capo dell’organizzazione), e cinque imprenditori anconetani.

La complessa indagine è stata svolta non solo nel territorio dorico ma ha sconfinato per necessità investigative anche in altre città italiane quali Milano e Rimini, evidenziando come diversi imprenditori si fossero prestati a simulare false assunzioni per permettere il rilascio del permesso di soggiorno a cittadini stranieri privi di documenti, reclutati da due soggetti bengalesi operanti uno ad Ancona e uno e a Milano.

I due soggetti bengalesi condannati che erano addetti al reclutamento dei clandestini, sono:

  • Rahman MD Minhazur, ben inserito nel contesto dorico e titolare di un noto esercizio commerciale ubicato nei pressi della stazione ferroviaria di Ancona (di fatto il vertice dell’organizzazione criminale);
  • Molla Liton, residente a Milano; entrambi sono stati condannati rispettivamente a 8 anni e 9 mesi di reclusione più 554.000 euro di multa e 3 anni di reclusione più 10.000 di multa.

Per gli imprenditori che si prestavano a fornire la loro disponibilità per simulare un rapporto di lavoro mai esistito con i clandestini da regolarizzare fraudolentemente, le condanne sono state:

  • 7 anni e 4 mesi di reclusione più 227.000 euro di multa per Spinsante Benedetto, noto imprenditore agricolo osimano;
  • 5 anni di reclusione più 228.000 euro di multa per Piombetti Patrizio, titolare di un locale della movida anconetana (chalet);
  • 4 anni e 8 mesi di reclusione più 51.000 euro per Giuggioloni Maurizio e Cesaretti Corrado, noti imprenditori locali;
  • 3 anni di reclusione più 50.000 euro per De Luca Gianluca, titolare di uno stabilimento balneare sulle coste molisane;
  • 1 anno e 6 mesi di reclusione più 2.000 euro per il cittadino bengalese Mamun Abdul, titolare di una società che gestiva un noto nightclub della zona.

L’intera attività investigativa è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ancona dal dott. Rosario Lioniello, Sostituto Procuratore della Repubblica.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
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IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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