Ancona. Giovanni Spinosa è il nuovo presidente del Tribunale

In magistratura dall’81, prima come giudice istruttore poi come pubblico ministero

Ancona. Il magistrato Giovanni Spinosa da ieri è il nuovo presidente del Tribunale.

Giovanni Spinosa, neo presidente del Tribunale di Ancona
Giovanni Spinosa, neo presidente del Tribunale di Ancona

Molisano, sessantadue anni, arriva da Teramo dove ha ricoperto lo stesso incarico con risultati eccellenti.

In magistratura da 25 anni Spinosa, da pubblico ministero a Bologna, si occupò delle indagini sulla Banda della Uno bianca. È stato presidente di sezione penale in Calabria, giudice istruttore penale e componente della Direzione distrettuale antimafia a Bologna.

Ieri, prestando giuramento, si è detto: «Onorato di venire al Tribunale di Ancona dove operano ottimi magistrati, e dove c’è un ottimo rapporto con l’avvocatura». Avrà bisogno di tempo per entrare nel merito della realtà anconetana e dell’ufficio che preside di cui: «conosco solo i numeri – ha sottolineato il magistrato – che sono solo una faccia del problema. Le questioni importanti riguardano le relazioni fra le varie componenti che operano all’interno del Tribunale; la collaborazione tra i vari uffici, la sfida dell’innovazione tecnologica. E questi – ha concluso Spinosa – sono tutti elementi che si possono capire ed affrontare solo stando sul posto».

Giovanni Spinosa in una foto di alcuni anni fa alla presentazione del suo libro:
Giovanni Spinosa in una foto di alcuni anni fa alla presentazione del suo libro: L’Italia della uno bianca, edito da Chiarelettere

Giovanni Spinosa ha all’attivo vent’anni di servizio negli uffici giudiziari bolognesi, diciassette dei quali da pm, e un incarico come presidente della sezione penale del Tribunale di Paola (Cosenza), dove ha firmato la prima sentenza con cui una cosca di mafia – clan Muto – è stata condannata al risarcimento del danno in favore dello Stato per la lesione della sovranità statale sul territorio oggetto dell’occupazione mafiosa.

In magistratura dall’81, da giudice istruttore prima e da pm dopo, ha diretto le indagini sui sequestri di persona a opera dell’Anonima sarda avvenuti in Emilia Romagna nella seconda metà degli anni Ottanta.

Nelle stesse vesti e in stretta collaborazione con lo storico ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, ha svolto le prime indagini sulle associazioni mafiose legate ai Corleonesi insediatesi a Bologna e in Romagna a partire dal 1984: indagine su Salvatore Rizzuto, uomo d’onore legato a Pippo Calò; passando per il clan Rubino (1987-1988), fino all’inchiesta sulle bische che ha coinvolto Giacomo Riina, zio del più noto Totò, e Livio Collina (1990-1994). Si è inoltre occupato di diverse inchieste sulla ’ndrangheta, sulla stidda, sul doping nel ciclismo e sulla revoca della scorta a Marco Biagi, assassinato nel 2002 dalle Brigate rosse.

È stato titolare dell’indagine sui crimini della Uno bianca, consumati in Emilia Romagna tra il 1987 e il 1994. Nel 2012, ha pubblicato per Chiarelettere L’Italia della Uno bianca.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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