157° anniversario della Battaglia di Castelfidardo al Sacrario – Ossario

Il Prefetto Tronca: “la storia, una grande madre”

Castelfidardo – «In questo luogo rendiamo onore alla storia, la grande madre che ci ha consegnato la libertà, la pace, la Repubblica e che in ogni istante ci aiuta a percepire il motivo per cui siamo italiani. Il rispetto della storia e della legalità sono i binari su cui viaggiare per mantenere gli occhi puliti e non negoziare mai i valori. La democrazia non ha confini elastici ma ben saldi e piantati nei paletti irremovibili dettati dalla Carta Costituzionale».

Castelfidardo – L’intervento del Prefetto Francesco Paolo Tronca

Così il Prefetto Francesco Paolo Tronca, commissario dell’Istituto di storia del Risorgimento Italiano, ha salutato le scolaresche, le autorità civili, religiose e militari presenti al Sacrario Ossario nel 157° anniversario della Battaglia di Castelfidardo.

Una testimonianza semplice e forte di un uomo che ha dedicato la sua vita al servizio dello Stato, degli ideali e dell’uomo.  La cerimonia ha avuto il suo momento culminante nella deposizione delle corone d’alloro nel Monumento che raccoglie le spoglie di vinti e vincitori (ricordati da un bersagliere e uno zuavo in costume d’epoca) in un mirabile esempio di fratellanza e unione fra i popoli.

Castelfidardo – Celebrazione del 157° anniversario della battaglia di Castelfidardo al Sacrario Ossario

A garantire la memoria futura, erano presenti le delegazioni dei tre Istituti comprensivi cittadini che hanno intonato l’inno di Mameli e quello delle Marche. Il sindaco Roberto Ascani, nel rammentare la crucialità dell’evento bellico che ebbe il merito di unire i territori del nord e del sud, ha espresso l’orgoglio di ospitare l’unico Museo del Risorgimento attivo nelle Marche.

A portare il saluto della Prefettura di Ancona, il capo di gabinetto Simona Calcagnini.

La visita del Prefetto Tronca alla città di Castelfidardo è poi proseguita in forma privata in altri siti identificativi dell’Unità d’Italia.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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