Tremano le Marche. Epicentro fra le province di Macerata Perugia e Ascoli Piceno

Tre scosse importanti fra le 19 e le 24 di ieri, la più forte di magnitudo 5,9.

La prima scossa di terremoto alle 19.11 di ieri sera, mercoledì 26 ottobre, a nove chilometri di profondità magnitudo 5,4 con epicentro a Visso in Val Nerina nel maceratese, è stata avvertita con forza in tutte le Marche. Castel Sant’Angelo sul Nera, Preci e Ussita i centri più vicini all’epicentro, ma è stata coinvolta tutta la zona compresa fra Perugia e Macerata. Le scosse sono state avvertite anche a Roma, l’Aquila, Terni, in Veneto, Friuli e persino in Austria.

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Sono crollati cornicioni, saltate le linee telefoniche nel maceratese, danni di vario tipo. Due persone ferite lievemente.

La seconda scossa, alle 21.18 , più forte della prima: magnitudo 5,9 stesso epicentro, è quella che ha prodotto i danni maggiori. Crolli un po’ ovunque nell’area interessata. A Camerino il campanile della chiesa di Santa Maria in Via è crollato addosso a una palazzina ma non sembra ci fossero persone all’interno. Un bambino è ferito. A Ussita due anziane donne, rimaste intrappolate nella propria abitazione crollata, sono state portate in salvo. Versano in discrete condizioni. A Tolentino si registra una vittima, un anziano colpito da infarto. Feriti lievi si segnalano un po’ ovunque. Evidentemente la prima scossa delle 19 ha portato in strada molte persone impaurite, evitando così danni maggiori.

Il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio è intervenuto prontamente monitorando tutta l’area. La strada Valnerina in direzione di Visso è interrotta, ed è stata chiusa la Salaria all’altezza di Arquata del Tronto nell’ascolano: già fortemente danneggiata dal sisma del 24 agosto scorso.

La terza scossa alle 23.42 di ieri, magnitudo 4,6 è stata di più lieve entità.

Nelle primissime ore di oggi un primo, parziale resoconto della situazione anche se si dovrà aspettare la luce del giorno per una verifica dettagliata dei danni. Con i soccorsi che sono all’opera senza sosta. «Al momento – ha spiegato Curcio – non ci risultano crolli sui quali dover lavorare per cercare o soccorrere persone. Sono state verificate diverse strutture ospedaliere e a Cingoli Tolentino e Matelica verranno spostati alcuni padiglioni».

Una decisione confermata dal presidente della Regione Luca Ceriscioli che attraverso Facebook informa: «Il servizio salute della Regione ha predisposto evacuazioni dagli ospedali di Tolentino, Matelica e Cingoli. I pazienti verranno ricollocati in altre strutture. Al momento si registrano crolli. Grazie ancora a tutti i sindaci, gli amministratori, volontari e alle forze dell’ordine che in questo momento stanno lavorando e dando sostegno alle popolazioni».

Oggi, scuole chiuse a Macerata, L’Aquila, Camerino, Assisi, Bastia Umbra, Terni, Rieti, Ascoli Piceno, Perugia, Teramo, Castelli, San Sepolcro (Arezzo).  Istituti scolastici chiusi anche nel Frusinate: a Sora, Ceprano, Fontechiari, Monte san Giovanni Campano e Castelliri. A queste si sono aggiunte le scuole di Fermo e del Fermano, della provincia di Ancona, di Jesi e della Vallesina, Fabriano, Senigallia, e della provincia di Pesaro Urbino. Compresi Camerano, Sirolo, Numana, Osimo, Castelfidardo e Loreto. Una chiusura a scopo precauzionale al momento, per permettere in giornata gli accertamenti su eventuali danni da parte dei vigili del fuoco. Con riserva, eventualmente di una proroga.

Fino alla mezzanotte di ieri sono state circa 60 le scosse localizzate dalla Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) nel centro Italia. Tutte comprese nella zona al confine tra Marche e Umbria. I due epicentri sono ubicati tra le province di Macerata, Perugia e Ascoli Piceno.

Al momento, con tutte le precauzioni, si registrano crolli e danni alle cose e solo alcuni feriti, a parte il caso di Tolentino.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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