Marche in zona arancione dal 6 aprile

Riaprono scuole, negozi, parrucchieri e centri estetici

6 aprile 2021 – Dopo una Pasqua passata in zona rossa e un lungo periodo di restrizioni rigide, l’intero territorio regionale torna da oggi in zona arancione in virtù dell’ultima ordinanza del Ministero della Salute e del report dell’Istituto Superiore di Sanità secondo il quale la situazione rimane comunque critica e la classificazione complessiva del rischio nelle Marche è: «moderata ad alta probabilità di progressione».

Il cambio di colore riflette comunque una inversione graduale al ribasso della curva dei contagi e consente un allenamento delle misure di contenimento anticovid: riaprono, dunque nel rispetto dei protocolli di sicurezza, negozi ed attività commerciali senza limitazioni nella tipologia di beni vendibili, nonché parrucchieri, barbieri e centri estetici.

Domani, mercoledì 7 aprile, tornano in presenza anche le attività scolastiche in tutte le classi fino alla terza media; negli istituti superiori si applica invece la didattica a distanza al 50%.
Per ristoranti e bar, resta consentito il solo asporto di cibi e bevande; quanto agli spostamenti, tornano liberi nell’ambito comunale tra le ore 5.00 e le 22.00, mentre il trasferimento verso altre città (e quindi anche verso altre Regioni/Province autonome) è consentito esclusivamente per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute.

link utili

Per la consultazione delle domande più frequenti nella Regione Marche in merito alla zona arancione: FAQ;

https://www.governo.it/it/articolo/domande-frequenti-sulle-misure-adottate-dal-governo/15638#zone

Per la consultazione delle misure in vigore fino al 30 aprile come da Decreto legge del 6 aprile: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/04/01/21G00056/sg

 

redazionale

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

FNSI: ecco a voi l’Informazione italiana!

La denuncia, fatta a pagamento, del sindacato dei giornalisti


17 ottobre 2021 – Oggi, sui principali quotidiani nazionali, la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), ha pubblicato – a pagamento – una denuncia su quella che è la situazione in cui versano i giornalisti e l’informazione in Italia. Di seguito, il testo integrale:

Il diritto dei cittadini a essere informati è sotto attacco. I giornalisti sono nel mirino di organizzazioni criminali e neofasciste. Vengono quotidianamente intimiditi, minacciati, picchiati per via del loro lavoro.

Una crisi senza precedenti mette in ginocchio il settore dell’editoria. L’occupazione è sempre più precaria. Migliaia di giornalisti sono costretti a lavorare senza diritti, senza tutele, e con retribuzioni indegne di un Paese civile.

Governo e Parlamento dimenticano l’articolo 21 della Costituzione. Non vogliono fermare le querele bavaglio. Non vogliono norme per l’equo compenso e per contrastare il precariato.

Lasciar affondare l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani significa dare il via allo smantellamento progressivo dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione, pilastro di ogni democrazia. Governo e Parlamento non lascino morire l’informazione italiana”.

Intanto, non è assurdo che FNSI (sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani che, a loro nome, stipula con le organizzazioni datoriali dei vari settori dell’informazione i contratti collettivi nazionali di lavoro giornalistico), per una tale denuncia debba pagare uno spazio sui giornali?

Poi, diciamocelo: la denuncia, sacrosanta, purtroppo vera, dai contenuti più che condivisibili, arriva con grave ritardo ad accusare un sistema in atto nel Paese da almeno vent’anni. Certo, meglio tardi che mai, ma adesso la Federazione, in quanto sindacato, si dia una mossa con azioni concrete per sovvertire l’andazzo: non bastano le parole di denuncia, occorrono i fatti!

Articolo 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

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