Crollo del ponte: liberata la carreggiata sulla A14 nei due sensi di marcia

La Procura apre un’inchiesta per omicidio colposo plurimo

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Camerano – venerdì 10 marzo. La comunicazione è ufficiale e arriva da Autostrade per l’Italia. Sulla A14, alle otto di questa mattina, è stata riaperta al traffico la carreggiata in direzione sud verso Pescara. Tre quarti d’ora dopo, alle 8.45, anche la carreggiata in direzione nord è stata liberata.

Dopo il crollo del ponte provvisorio avvenuto ieri intorno alle 13 sulla Bologna-Pescara, all’altezza del Comune di Camerano e tra le uscite di Ancona sud e Loreto, gli operai della ditta Delabech di Roma e quelli di Autostrade per l’Italia hanno lavorato alacremente tutta la notte per ripristinare la viabilità.

Gli operai al lavoro, questa notte, per ripristinare la carreggiata della A14
Camerano 10 marzo – Gli operai al lavoro, questa notte, per ripristinare la carreggiata della A14

I lavori di manutenzione del ponte sono stati appaltati dalla Pavimental, una ditta controllata da Autostrade per l’Italia, alla Delabech di Roma.

Non sono stati risparmiati né gli uomini né i mezzi. Per far fronte all’emergenza sono stati assunti provvisoriamente operai e macchinisti esterni che, senza interruzione di continuità, hanno operato alla luce di potenti riflettori.

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Si è lavorato con l’ausilio di potenti proiettori e macchine pesanti per sgretolare la struttura crollata e liberare la carreggiata

Ora, alleggerito il disagio per chi viaggia, si torna a ragionare sul crollo della struttura. Intanto, non è stato il cavalcavia a cedere, ma la struttura messa in opera per permettere l’innalzamento dello stesso. Lo ha detto l’ingegnere responsabile tecnico dei lavori della ditta Delabech di Roma, una delle due aziende che avevano i lavori in appalto.

Dunque, non si tratta di cedimento strutturale dell’opera dovuto a mancanza di manutenzione come qualcuno aveva ventilato. Occorrerà aspettare la chiusura dell’inchiesta tecnica per venirne a capo, ma sembrerebbe che a cedere sia stato un pilone di sostegno su cui doveva ruotare la struttura in fase di spostamento.

Autostrade per l’Italia, in un comunicato, fa sapere che il cavalcavia doveva essere riportato alla giusta altezza dopo l’innalzamento della sede stradale dovuto alla costruzione della terza corsia. Quel che lascia interdetti è che per un lavoro così a rischio, messo in opera al di sopra della carreggiata, la stessa non sia stata chiusa al traffico almeno il tempo necessario per l’innalzamento del cavalcavia e la sua messa in sicurezza.

Sul cedimento del ponte, la procura di Ancona ha aperto un’inchiesta per omicidio plurimo colposo. Come già riportato ieri, le vittime rimaste incastrate sotto la struttura crollata sono due coniugi di Spinetoli, Antonella e Emidio Diomede; i feriti, non gravi, tre operai romeni della ditta Delabech, che stavano lavorando sulla struttura.

Antonella Viviani e Emidio Diomede (foto da Instagram)
Antonella Viviani e Emidio Diomede (foto da Instagram)

Sui corpi dei due coniugi – che sembrerebbe non presentare alla vista ferite o lacerazioni gravi del tipo dello schiacciamento – è in corso l’autopsia che dovrà stabilire se c’è correlazione fra il decesso e il crollo. In altre parole, se il decesso è avvenuto per schiacciamento diretto della struttura crollata o se di conseguenza.

«Mi riservo di valutare se esistano i presupposti per ipotizzare il reato di disastro colposo. L’errore umano? Per definizione un reato colposo comprende anche l’errore umano, ma l’indagine è appena iniziata». Questa la dichiarazione rilasciata all’Ansa alle dieci di oggi dal pm Irene Bilotta, titolare dell’inchiesta per omicidio colposo plurimo sul crollo del ponte sull’A14.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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