Camerano. La commedia tragicomica della Chiesa di San Francesco

La parrocchia nega i permessi per celebrarvi matrimoni. I futuri sposi migrano in altri Comuni

Camerano. La Chiesa di San Francesco al centro di una commedia tragicomica tra la farsa e il teatro dell’assurdo. Senza scomodare Samuel Beckett o Eugène Ionesco, la vicenda somiglia più alla nostrana farsa di don Camillo e Peppone raccontata mirabilmente da Giovannino Guareschi a partire dalla fine degli anni quaranta.

La facciata della Chiesa di San Francesco
La facciata della Chiesa di San Francesco

Una commedia di provincia un po’ casereccia, quella della Chiesa San Francesco, che assume i toni e i colori della ripicca senza senso tanto diffusa nei nostri territori fra i piccoli poteri forti locali. Carlo Goldoni – giusto per scomodare un quarto grande drammaturgo – lo conosceva bene questo meccanismo tanto da scriverne pagine immortali, nel 1700. Già, nel 1700…

Ma entriamo nel merito del canovaccio.

Attori

La Chiesa di San Francesco; nel ruolo del frutto del desiderio.

La Chiesa dell’Immacolata Concezione; nel ruolo dell’antagonista.

Don Aldo; nel ruolo di un don Camillo un po’ astioso e vendicativo.

L’amministrazione comunale; nel ruolo di un Peppone pacificatore.

Coppie di futuri sposi; nel ruolo di se stessi.

La trama

C’è che in questo paesino della provincia anconetana di poco più di settemila anime chiamato Camerano, succede da tempo immemore che le coppie di sposi decidano di voler celebrare il proprio matrimonio nella bella e centrale Chiesa di San Francesco. Di proprietà comunale. Pagando il giusto pedaggio all’amministrazione che, all’uopo, ha redatto un vero e proprio tariffario. A spingere le future coppie di sposi verso la scelta di San Francesco sono questioni sentimentali e di tradizione. Rispettabilissime.

E tutto fila via liscio come l’olio fino a quando, non tanto tempo fa, la Parrocchia locale con sede nella Chiesa dell’Immacolata Concezione e guidata da don Aldo, non inizia a porre il veto agli sposi nei confronti dei matrimoni da celebrarsi nella Chiesa di San Francesco. Volete sposarvi? – dice don Aldo – bene, fatelo nella Chiesa dell’Immacolata. Ma noi vorremmo farlo a San Francesco, ribattono gli sposi. No, a San Francesco no, intima il prelato. E così gli sposi, alla fine e con grande disappunto, se ne vanno fuori Comune a celebrare il loro rito d’unione perenne.

L’intreccio

Pare che le resistenze di don Aldo verso San Francesco siano nate quando, negato il permesso ad una coppia, questa si sia rivolta in Comune per aggirare l’ostacolo. E che il Comune, nelle vesti del sindaco e di un assessore, sia partito in pellegrinaggio verso l’Immacolata per indurre il suo inquilino a più miti consigli. A tentare di convincerlo, cioè, che nel permettere agli sposi di celebrare in San Francesco non c’era nulla di male…

L'altare della Chiesa di San Francesco
L’altare della Chiesa di San Francesco

Don Abbondio, ops, pardon, don Aldo che non l’ha presa tanto bene, a giustificazione delle sue resistenze sottolinea come la Chiesa di San Francesco sia diventata negli ultimi anni tutto fuorché un luogo liturgico per eccellenza, con le sue mostre fotografiche e le sue esposizioni mediatiche e televisive. Insomma, per il don in questione là, in San Francesco, i matrimoni non san da fare!

Per il Comune, invece, sì!

E anche per il popolo che, piuttosto piccato, dichiara: «Don Aldo non vuole celebrare matrimoni in San Francesco perché ritiene la chiesa non all’altezza del sacramento. Lui che, a Natale, celebra la messa al palazzetto dello sport, un luogo dove si bestemmia durante tutto l’arco dell’anno!»

Ora, uscendo dalla metafora teatrale per tornare alla realtà, il disagio prodotto da questi stupidi giochetti di forza tra “Chiesa” e “Stato” lo paga, come quasi sempre succede, il popolo costretto a migrare verso altri lidi per soddisfare le sue esigenze.

Lorenzo Rabini, capogruppo e consigliere di Operazione futuro
Lorenzo Rabini, capogruppo e consigliere di Operazione futuro

Il tema comunque è talmente sentito in città che è diventato una questione politica. Operazione Futuro, a nome del suo capogruppo Lorenzo Rabini, ha presentato una interrogazione in Comune dove si chiede lumi sulla vicenda. Può il parroco arrogarsi il diritto di non concedere autorizzazioni matrimoniali  per la San Francesco? Perché lo fa? È giusto obbligare gli sposi a fare scelte non condivise? È possibile celebrare in San Francesco con un parroco diverso da don Aldo? Come si pone l’amministrazione di fronte a queste problematiche?

Le risposte al prossimo Consiglio comunale.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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