Il circolo fotografico Sassi Neri presenta Sirolo com’era e com’è

La mostra “Sirolo, il tempo e la storia” a partire dal 29 luglio

Sirolo – Il Circolo fotografico Sassi Neri, presso il centro civico Le due Sorelle di via Giulietti, presenta la mostra fotografica “Sirolo, il tempo e la storia”. Dal 29 luglio all’11 agosto, gli appassionati di fotografia, i turisti, e gli amanti della storia del borgo potranno, visitando la mostra, rendersi conto di Sirolo com’era un tempo e com’è oggi.

Infatti, gli scatti proposti ai visitatori presentano luoghi del passato rifotografati oggi con la stessa angolatura.

«L’idea di una mostra così è nata dopo che, venuti in possesso di vecchi scatti di Sirolo, ci siamo accorti che certi angoli del paese erano praticamente irriconoscibili ai più – spiega Lucio Santini, vicepresidente del circolo Sassi Neri – Dato il tempo trascorso, alcuni luoghi sono molto cambiati e ci è sembrato stimolante fare un raffronto fotografico per testimoniare il cambiamento».

Una testimonianza fra lo ieri e l’oggi che si è realizzata grazie alla collaborazione di tutti i soci che hanno scelto personalmente i punti delle inquadrature.

«Non sempre è stato possibile effettuare gli scatti senza le automobili che fanno ormai parte della nostra vita – conclude Santini – anche perché negli anni il suolo e la viabilità si sono modificati».

Aspettando fine luglio per poter visitare la mostra, il circolo fotografico Sassi Neri (via San Lorenzo 20) ne propone altre due:

– Venerdì 14 luglio, dalle 21 alle 24, mostra fotografica personale amatoriale di Piero Cittadini

Le Vie dell’Arte, Centro civico Le due Sorelle, via A. Giulietti, mostra collettiva dal 15 al 21 luglio, orario apertura: dalle 19 alle 24. Inaugurazione sabato 15 luglio ore 19. (Espongono: Monia Duranti, Simonetta Falcetelli, Francesca Marchetti, Roberta Vicani, Teresina Baleani, William Serafini).

 

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Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

“Perché noi siamo amore…”

Giornata di San Valentino 2021


Camerano, 14 febbraio 2021 – Facciamo un po’ di storia sulla festa degli innamorati senza arrivare a scomodare l’antica Roma dei Cesari. La leggenda narra che il santo avrebbe donato a una fanciulla povera una somma di denaro necessaria come dote per il suo sposalizio, che, senza di questa, non si sarebbe potuto celebrare, esponendo la ragazza priva di mezzi e di altro sostegno al rischio della perdizione. Il generoso dono – frutto di amore e finalizzato all’amore – avrebbe creato la tradizione di considerare il santo vescovo Valentino come il protettore degli innamorati.

La più antica Valentina di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo e fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415). Carlo si rivolge a sua moglie (la seconda, Bonne di Armagnac) con le parole: Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée… (Sono già malato d’amore, mia dolcissima Valentina).

Inoltre, alla metà di febbraio si riscontrano i primi segni di risveglio della natura; nel Medioevo, soprattutto in Francia e Inghilterra, si riteneva che in quella data cominciasse l’accoppiamento degli uccelli, quindi l’evento si prestava a essere considerato la festa degli innamorati.[

A dare impulso alla festa, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, e per imitazione anche altrove, è stato lo scambio di valentine, bigliettini d’amore spesso sagomati nella forma di cuori stilizzati o secondo altri temi tipici della rappresentazione popolare dell’amore romantico: la colomba, l’immagine di Cupido con arco e frecce… (nella foto, Amore e Psiche, particolare della scultura del Canova). La Greeting Card Association ha stimato che ogni anno venivano spediti il 14 febbraio circa un miliardo di biglietti d’auguri. Si è andati avanti così fin quasi alla fine degli anni 2000, anche grazie ad alcuni imprenditori statunitensi come Esther Howland che iniziarono a produrre biglietti di san Valentino su scala industriale.

Oggi non si fa quasi più, gli innamorati del 2020 preferiscono scambiarsi scatole di cioccolatini, fiori, qualche gioiello. Senza dimenticare miliardi di frasi sdolcinate scambiate via Whatsapp e Instagram.  E impazza festeggiare al ristorante. Pienissimi quest’anno, ma a pranzo e non più a cena per via della pandemia.

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C’è chi condanna questa festa additandola come un’operazione puramente commerciale, ma sono per larga parte innamorati delusi o cornuti traditi. Altri, sostengono che se ami qualcuno devi dimostrarlo tutto l’anno e non solo il 14 febbraio.

Sia come sia, e che piaccia o no, è indubbio che l’amore muova il mondo: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, scriveva Dante Aligheri nell’ultimo verso della sua Divina Commedia. E se lo diceva lui…

Che esista un giorno deputato a celebrare l’amore, alla fine, non fa male a nessuno. Ed è giusto che i nostri ragazzi – ma vale per tutti gli innamorati e le coppie del mondo – possano sognare e pensare l’amore che stanno vivendo come unico, irripetibile e per sempre. Certo, è uno dei più grossi inganni che l’esistenza possa riservare, ma non diciamoglielo mai.

Perché viverlo, l’amore, produce il più grande stravolgimento ormonale, emotivo e sensoriale che si possa provare nell’arco di una vita. Non esiste nient’altro al confronto, “Perché noi siamo amore”, come canta il professor Roberto Vecchioni in Chiamami ancora amore (video allegato).

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